Chiama i ricordi con il loro nome

Sono passati poco più di vent’anni dalla scomparsa di Fabrizio de André, ma con lui il tempo non si può misurare così. Il ritmo della sua musica batte il tempo della nostalgia: qualcosa ritorna, ritorna ancora, e non smette di ripresentarsi, raggiungendoci come mancanza, come perdita di profumi, di sapori, di sentimenti. Si sente battere anche il tempo della promessa: nella musica di Faber c’è un invito a non fermarsi all’ovvio e a lanciare lo sguardo verso un futuro di cui dobbiamo prenderci cura, forse con più coinvolgimento e attenzione.
La forza evocativa delle parole, il grande coinvolgimento dei messaggi, la capacità di trasporto della sua voce calda e suadente hanno accompagnato intere generazioni, riecheggiando come colonna sonora senza tempo.
De André riesce così a essere dietro e davanti a noi, provocandoci attraverso la sua particolare confidenza con i chiaroscuri della vita.
Le sue canzoni non cedono né alla polemica né a un romanticismo passivo: De André non si è mai sentito “un soldato” contro qualcosa o qualcuno, ma non si è nemmeno mai rassegnato davanti a ciò che ci rende disumani. Tra il “tutto” della guerra e il “niente” dell’indifferenza, ci mette sulle tracce di quelli che non contano, degli “ultimi” sprofondati nei silenzi della terra, che con lui trovano la loro voce. In fondo, era per questo che scriveva: per paura che le piccole storie si perdessero.

Anche noi, toccati dal fascino del suo personaggio, abbiamo voluto condividere le suggestioni e le emozioni che le sue canzoni ci hanno suscitato.
Da qui è nata l’idea di fare memoria attraverso un evento musicale dal titolo “Chiama i ricordi col loro nome”, preso a prestito dalla canzone Volta la carta, nella quale Fabrizio De André racconta di una donna che ha finalmente imparato a fare memoria della propria storia, trovando le parole giuste per raccontarla. È questa l’eredità che con la sua musica Faber ci lascia: l’arte di narrare la vita nella sua nudità e bellezza, ma anche nelle sue fatiche, ferite, contraddizioni e squilibri.
Una rilettura, quella proposta in chiave esclusivamente acustica (voci, chitarra, violino, violoncello, percussioni) di De Andrè per brani raggruppati a temi, attraversando cronologicamente la produzione musicale dell’artista, così come la nostra sensibilità ci ha suggerito: l’amore, la fragilità della vita, la fraternità e la libertà.
Sull’Amore: Amore che vieni, amore che vai; Via del campo; Bocca di rosa.
Si dice che oggi non sappiamo più raccontare le storie d’amore o che le raccontiamo male. Il nostro linguaggio si è perso nell’oscenità di esperienze consumate, o si è imprigionato nel sogno di qualcosa che risulta troppo ideale per esistere davvero.
Fabrizio de André sapeva che «l’amore ha l’amore come solo argomento», cioè sapeva che l’amore non chiede spiegazioni né giudizi né prediche. Nella sua musica risuona il dramma di amori perduti o trovati, immaginati o vissuti, logorati o protetti, senza che si possa distinguere dove comincia il sacro e dove finisce il profano.
L’amore sfida il tempo e a volte perde la sua scommessa di eternità. Tuttavia l’amore insiste sempre in ogni vita, nei suoi passaggi, nelle sue crisi, nei ricordi e nei desideri degli amanti.
Si trova in luoghi imprevisti, sui marciapiedi di periferia che incontrano occhi di donne in vendita, «grigi come la strada», ma anche nell’esuberanza di una straniera che mette un paese davanti alla sua doppia verità: uomini di potere spietati quando indossano la loro uniforme, ma compagni di viaggio quando se la tolgono.
In ogni caso siamo nati per amare, suggerisce de André, e dall’affetto qualcosa di buono nasce sempre, anche sulle nostre molte “cattive strade”.

La realtà irrompe senza chiedere permesso: la vita è fragile
La guerra di Piero, Dolcenera, La canzone di Marinella e Tre madri sono brani che raccontano la fragilità della vita. Siamo continuamente esposti a forze che non dipendono da noi, anche se spesso fingiamo di non saperlo.
Siamo vulnerabili quando siamo piegati da battaglie non nostre, nelle tante guerre decise da altri. Come Piero, combattiamo contro qualcuno che incarna la nostra stessa umanità, ma con la divisa di un altro colore. Impossibile allora sentirsi fratelli: l’inferno congela tutte le attese e la primavera fiorisce solo per pochi.
Siamo vulnerabili anche quando ci innamoriamo di un sogno. È l’esperienza di Dolcenera, sommersa da un’acqua imprevista, venuta giù da un cielo che si è rovesciato sui desideri proprio quando sembravano vicini a realizzarsi; è la fine di Marinella, uccisa da qualcuno che ha approfittato della sua vita sospesa, che non le ha risposto come avrebbe dovuto.
È la tragedia di Maria sotto la croce e delle altre due madri che le stanno accanto, straziate: assistono all’agonia e alla morte dei loro figli, senza poter far nulla. E non importa se a morire è il figlio di Dio o un ladrone: la verità è che l’amore, per quanto intenso e disperato sia, non è capace di proteggere dal male.
La musica ci porta così dentro le storie ferite e spezzate da un destino che non ha pietà, se non quella di chi si ferma, anche solo per un attimo, a piangere.
La libertà: Ho visto Nina volare, Il suonatore Jones e Se ti tagliassero a pezzetti
Ma che cos’è la libertà? Nessuno può dirlo. Devi appoggiarti sulle sue ali o seguire con gli occhi qualcuno che vola, per saperlo. Devi averla persa, per conoscerne il prezzo, come è capitato allo stesso De André quando è stato sequestrato.
Gli assassini della libertà ci camminano sempre accanto: la possono sbriciolare in qualunque momento. C’è però un vento a raccoglierne i frammenti e a rimetterli insieme in un disegno nuovo, come se fossero i capelli, il viso e il sorriso di Dio.
Allora tutto cambia e si trasforma. Nella sua libertà il suonatore Jones non guarda il mondo con gli occhi stanchi dell’abitudine e vede cose che agli altri sfuggono: la terra del contadino non è più solo un campo da coltivare ma lo spazio di un’armonia che scalda e inquieta il cuore, e il vortice di polvere non è più solo il sintomo di una dura siccità, ma diviene immagine della gonna di Jenny, in un ballo di tanti anni fa.
Non è un visionario il suonatore Jones, ma un maestro: a suo modo insegna che vale la pena vivere senza cedere sul desiderio e senza lasciarsi rubare l’essenziale.
Incontrarsi nelle differenze: fraternità e sonorità
Oggi “fraternità” è una di quelle parole stanche e sciupate, buone da mettere sotto l’Albero di Natale, quando siamo più sensibili ai legami familiari. In Fiume Sand Creek, Creuza de Ma e Khorakhané, invece, De André mette in scena una fraternità esorbitante, che esce da questi confini troppo stretti e tanto vicini alla porta di casa.
È così che Faber si trova a cantare uno dei più grandi massacri della storia: quello degli Indiani sul Fiume Sand Creek. I bambini che dormono nel letto del Sand Creek non si sveglieranno più. Si sono presi il loro cuore, per sempre, sotto una coperta scura.
In Creuza de Ma – mulattiera di mare – il Mediterraneo parla in dialetto genovese, lingua che sa di sale, vive di onde e bagna una terra cara. Il suono etnico ricorda che nessuno nasce dal nulla e restituisce al mare la sua forma propria, che si fa passaggio da una vita all’altra. Il mare torna così a essere fluido, smette di essere muro, e diventa acqua che unisce.
Khorakhané – a forza di essere vento – è una dedica al popolo rom e alla sua vita nomade e perseguitata. Di cammino in cammino, l’esistenza può andare avanti perché ha imparato a chiedere, senza vergogna. Il mondo allora può diventare casa in qualunque momento.
In questo orizzonte, ricordare è un’esperienza creativa quando tornare a eventi passati ci restituisce la verità di quello che siamo stati e che siamo ora; e “voltare la carta” è gesto di rinascita in quanto permette di vedere, dietro uno sfondo apparentemente uguale, qualcosa che non vuol morire e che si fa segno di un futuro differente.

Voci: Alberto Zorzi, Giovanna Salvi, Marina Marzani, Lucia Vantini
Chitarra: Enrico Breanza
Violino: Maria Vicentini
Violoncello e flauto: Paola Zannoni
Percussioni: Luca Pighi

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