La regola: fra retorica e persuasione in letteratura (III/III)

Nella scrittura posso credere (cedere) alle regole solo quale stimolo, anzi istigazione a rovesciarle. Regole come innesco per l’ispirazione – cos’è l’ispirazione se non una condizione, uno stato d’animo alimentato col lavoro: scrivere genera scrivere. Una sola regola ho trovato per me che funziona: quando non trovo la soluzione (alla trama, a una pagina, a un personaggio), quando cado in un’impasse, faccio una lunga camminata: la soluzione la incontro per strada.
Nell’evitare i “bellissimi” e le metafore spinte, si sostanzia la regola per eccellenza per scrivere con efficacia: evitare la retorica – nel senso, stavolta, di patrimonio comune di parole e di immagini a cui ricorriamo quando non abbiamo parole e immagini nostre –; fuggire il poetico e l’artistico così come, da bravi viaggiatori, dovremmo accuratamente evitare il caratteristico e il folcloristico. Ordinare sulla pagina spontaneità, sincerità, autenticità e verità è affare di complessa soluzione (una soluzione spesso compromissoria). L’autore della Retorica a Erennio, afferma di preferire esempi costruiti da lui stesso per illustrare le figure retoriche piuttosto che prenderle da grandi autori, evitando, così, la componente scolastica e, se vogliamo, illusoria, delle regole; un approccio, invece, rimasto vivo a lungo in questa disciplina e che, in epoca recente, ha allontanato dalla pratica di quella che invece è un’arte razionale.
Ma se non sono le regole a far funzionare una pagina, allora cosa? La magia: così potente da farci credere che esista.

In un intento semplificativo, nei miei laboratori con i più giovani, accosto la complessa attività dello scrittore alla più semplice operazione di fornire indicazioni stradali. Quando spieghiamo a qualcuno come raggiungere, in auto o a piedi, corso Garibaldi, noi vediamo l’incrocio, la prima a destra, il semaforo, il bar d’angolo, le tappe per raggiungere l’auspicato corso, i suoi larghi marciapiedi, e ammirare la statua dell’eroe dei due mondi, mentre chi ascolta, chi riceve le indicazioni, non vede nulla di tutto ciò – né lo immagina. Mentre diamo indicazioni, esse evocano in noi ricordi, ripercorriamo non solo strade ma episodi: a quell’incrocio ci soffermammo ad ammirare la bella fanciulla che ora è nostra moglie, in quel bar sorseggiammo per l’ultima volta un caffè con un caro compagno prematuramente scomparso, di quella piazza risentiamo gli odori del mercatino rionale. Chi ci ascolta non può essere partecipe dei nostri ricordi, non potrebbe condividerli con noi neppure se fornissimo particolari, terrà forse a mente la prima e la seconda indicazione e sarà costretto a chiedere ancora, più avanti, a qualcun altro come raggiungere la sua meta. Scrivere significa restituire a chi ascolta le atmosfere, i colori, i sapori, i ricordi che affollano quelle vie e accompagnare il lettore, condurlo fino a perdersi nelle pagine.

Funzione della parola non è trasferire in maniera univoca un’informazione – da intendersi come dato puro, scientifico, ovvero il 4 somma di 2+2 [anche in matematica (applicata) è chiaro che il risultato più esatto (sic) di questa operazione è circa quattro (≅4)]. L’1, il 3 il 3147  sono entità solo matematiche, nella realtà ci sono tre singole mele una accanto all’altra, tre singoli alberi – un po’ più distanziati –, tre persone (la Trinità è troppo lontana dalla nostra comprensione). Non ci saranno mai tre mele uguali: una sarà più grossa di un’altra, e la terza, bacata, mi chiedo se sia, per le mie necessità, ancora una mela: potrò morderla? Ma allora è per questo, per omologarle, che la grande distribuzione, i supermercati ci mettono di fronte a frutta tutta uguale: lucida, con lo stesso peso e la stessa forma e dallo stesso sapore di saponetta, simile a quello di pere, banane o pesche. Ecco realizzata la funzione della parola, della scrittura: divagare – l’ho appena fatto.

«Sei lento a imparare, Winston» disse O’Brien, con dolcezza.
«Ma come posso fare a meno…» borbottò Winston «come posso fare a meno di vedere quel che ho dinanzi agli occhi? Due e due fanno quattro.»
«Qualche volta, Winston. Qualche volta fanno cinque. Qualche volta fanno tre. Qualche volta fanno quattro e cinque e tre nello stesso tempo. Devi sforzarti di più. Non è facile recuperare il senno.»
George Orwell, 1984.

Nei miei laboratori, dedico spazio a Sinonimi e Contrari. Scopro, sovente, che ci può essere molta distanza fra sinonimi e altrettanto frequentemente essi possono coincidere coi loro contrari. I termini Differenza, Cambiamento, Diversità in che rapporto stanno fra loro? Il Cambiamento, ciò che ci porta a invecchiare, non fa di noi una persona Diversa. A chi ci frequenta quotidianamente, il nostro Cambiamento, come tale, non appare neppure; a chi ci incontra dopo anni, possiamo apparire Diversi o forse solo Differenti da come egli ci ricordava. Siamo sempre la stessa persona. Siamo più o meno noi stessi? Abbiamo tradito o ha realizzato noi stessi?

La più celebre affermazione di Alfred Korzybski, un ingegnere, filosofo e matematico polacco: La mappa non è il territorio. Dobbiamo credere a quest’affermazione ma è altresì fondato credere che, per chi conosce il territorio, esso rappresenti anche una mappa: ne sa decifrare ogni segno: tardivi o precoci mutamenti di clima, anticiparsi di stagioni, presenza di ospiti inattesi, inusuali, trasformazioni del territorio (Cambiamenti) dettate da smottamenti, esondazioni, piogge copiose, uragani. I segni, che egli decifra dal territorio, lo aiutano a muoversi in questo spazio, così che esso svolga la funzione di mappa e di ambiente contemporaneamente. L’affermazione iniziale sembra potersi capovolgere: la mappa è il territorio. Lo è metaforicamente? Quale significato ha quest’affermazione di fronte alla realtà che ci troviamo ad analizzare: un uomo decifra segni in terra e in cielo che diventano per lui fonte di orientamento. Il Cambiamento è un effetto di cui la causa è il tempo o è nel tempo? Ma il Cambiamento è anche causa delle Differenze che si presentano quali effetti del Cambiamento. C’è dunque una dimensione, nel linguaggio, in cui le parole si muovono in uno spazio in cui le distanze (Sinonimi/Contrari) si perdono del tutto, uno spazio dove forse anche le regole grammaticali svaniscono.  La mappa e il territorio si trasferiscono nella mente, dove mutano senso e significato – e funzione. La mappa configura nella nostra mente il territorio, e il territorio fa altrettanto, configurandosi come mappa di se stesso – ne percepiamo solo una porzione, il resto è mappa che si trasforma, durante l’esplorazione, in territorio. E la parte di spazio che lasciamo dietro di noi? Si consolida in territorio noto o si trasforma in un ricordo-mappa – da ripercorrere mentalmente –? La mappa finisce così per acquisire una nuova realtà e dal territorio emerge una verità metaforica. L’immagine (mappa e metafora) distende la propria forza generatrice. Mappa e territorio diventano un sistema: l’uomo munito di mappa si muove nel territorio, come, in un racconto di Borges, lo stesso testo poetico si trasforma in apparato critico del testo. L’esploratore è in un punto della mappa (VOI SIETE QUI 8); si muove e si trasferisce sul territorio e quando lo ha fatto suo, solo allora, è fuori dalla mappa (vi rientra non appena ha bisogno di riorientarsi). La conoscenza di mappe e territori lo condurrà, alla fine, in uno spazio che chiameremo “altrove”: né sulla cartina né sulla riva del fiume, in un accumulo di esperienze che egli, la mano che impugna la penna, potrà trasferire sulla pagina: mappa-territorio per il lettore.

Per anni ho tenuto letture pubbliche e spettacoli sulla poesia; era mia abitudine concludere gli incontri con una sorta di gioco di prestigio. Estrapolato un verso da una poesia di uno dei maggiori poeti del nostro primo novecento, che avevo smontato e rimontato sulla base delle regole della letteratura combinatoria (le stesse parole diversamente ordinate), lo presentavo al pubblico, presentavo la sfilza di versi elaborati, in mezzo ai quali c’era anche quello del poeta, e chiedevo ai presenti di indicarmi il verso che a loro giudizio non poteva in nessun modo essere “poetico”, e di indicarmi anche quello “buono”, scritto dall’autore. Per ciò che concerne il verso “giusto”, la scelta era varia: chi indicava uno della lista, chi un altro, ma quando si trattava di scegliere il verso “sbagliato”, tutti convergevano sullo stesso rigo. A quel punto leggevo un breve brano nel quale l’autore afferma che la poesia la si riconosce immediatamente, se ne è colpiti dentro prima di poter anche solo immaginare di potersela spiegare e quindi leggevo la poesia. Un “Oooh!” di rammaricata meraviglia si alzava in sala: il verso scritto dal poeta era quello che tutti avevano indicato come sbagliato, antipoetico. Cos’era successo? Cosa succedeva ogni volta, invariabilmente, con quel giochino? L’autore era caduto in errore? Non è vero che la poesia si impone subito all’orecchio, alla mente, al cuore? No, non si era affatto sbagliato: tutti l’avevano riconosciuta subito  la verità, la voce autentica –­ in maniera univoca –, ma ne erano, con la stessa forza, rimasti spaventati, rifuggendola per trovare riparo altrove, verso rive più rassicuranti: il poetico, l’artistico – e ognuno aveva scelto secondo il proprio personale gusto (o mancanza di gusto). Non è quello che facciamo, in genere, nella vita? Cerchiamo, vogliamo tutti l’amore, ma quando arriva non è mai come lo abbiamo immaginato; non siamo noi a trovare l’amore, è la passione che ci trova – ci travolge. «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada. Sono infatti venuto a separare l’uomo da suo padre e la figlia da sua madre e la nuora da sua suocera; e nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa» – le parole di Cristo ai suoi discepoli.
La poesia non è rassicurante, giunge per svellere ogni menzogna, ogni ipocrisia: scardina le nostre false credenze.

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Comments

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    Luigia

    décembre 23, 2020 at 17 h 02 min
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    Complimenti!

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      roberto lombardi
      to Luigia

      janvier 24, 2021 at 18 h 28 min
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      Cortese Luigia, la ringrazio per il suo "esclamativo": stringato e chiaro.

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