La regola: fra retorica e persuasione in letteratura (I/III)

 

«Credo che la poesia (come ogni forma d’arte) sia il tentativo,
con mezzi non perfetti, di giungere alla perfezione. C’è quindi
sempre dentro qualcosa di artigianale, di imperfetto, così come
artigianale è una preghiera. Nulla di precostituito o di seriale.»
Carlo Bordini, Poesia, l’unica che dica la verità

Nella notte fra il dieci e l’undici novembre è morto a Roma, all’età di 82 anni, Carlo Bordini, interprete di un momento storico letterario, in Italia, contraddittorio, teso fra sperimentalismo e tradizione, sostenuto da un fertile polemismo intellettuale. Di recente Luca Sossella editore, dopo aver ristampato la sua opera poetica nel 2010, ha ripubblicato, meritoriamente, le prose di Bordini nel volume Difesa berlinese che raccoglie testi elaborati durante un ampio arco di tempo che va dagli anni ’70 al primo decennio del nuovo secolo.
Bordini insegue, senza affanno, la perfezione, e la trova nella poesia che per lui è uno strumento artigianale: il solo in grado di avvicinarsi alla bellezza. Una bellezza più vicina a un pilastro portante che non a un salone affrescato. E ciò che emerge con forza dalla scrittura di Bordini è proprio la struttura: nulla di letterario l’attraversa, in alcun modo – salvo scoprire in essa una costruzione che mira a diventare strumento di conoscenza. Il lavoro e la cifra letteraria di Bordini è disancorata da preoccupazioni mondane – non a caso è rimasto volutamente marginale all’ambiente letterario –, affidandosi a una struttura capace, da sola, di sorreggere materiale eterogeneo, contraddittorio, innalzandolo fino a vertici di autenticità, persino di verità. Bordini non è né avanti (incurante) né dietro (osservatore) al suo tempo: è assolutamente moderno, moderno come nessuna avanguardia, in Italia, ha mai saputo essere. Bordini si presenta nelle sue pagine già nudo, senza cercare scandalo. Alla fine della lettura delle Memorie di un rivoluzionario timido, il testo che apre Difesa berlinese, si resta colpiti dalle scompostezze, imprecisioni, dalle arbitrarietà linguistiche del suo autore/personaggio, tanto da credere che se ci dovesse capitare di incontrarlo, lo sentiremmo parlare proprio a quel modo. Quando, pagine dopo, in alcune note esplicative al testo, nelle quali utilizza altri registri (saggio breve, diario, analisi politica), scopriamo una scrittura che è prosa abile, analisi lucida, linguaggio calibrato, restiamo spiazzati. Non è allora vero, come ho fatto credere, che manca una dimensione letteraria a Difesa berlinese: c’è, ma è generata da una parola che pensa e non pensiero trasformato in parola. La costruzione è così semplice, nella sua funzionalità, talmente scheletrica, da non far supporre che è essa stessa l’essenza di ciò che stiamo guardando; attendiamo, da un momento all’altro, di veder emergere qualcos’altro (parete, stanza, soffitto); invece a manifestarsi è una realtà-verità più difficile da riconoscere perché non porta maschera che la segnali.
In alcune pagine del primo dei testi compresi nel libro, Bordini parla di una donna e per descrivere la sua bellezza dice che è “bellissima”; null’altro. Ingenuo. Anzi banale: è bellissima. Lo ripete: bellissima. A ogni riapparire, quel superlativo si giustifica da solo: è esattamente ciò che quella donna è, ciò che è per noi la donna (quella che in un dato momento, e insieme astrattamente, ci attrae), con quelle fattezze, quella che piace a noi fino a farci dire, e pensare: sei bellissima. Con una naturalezza che ha qualcosa di magico, quel banale “bellissima” si trasforma in una verità, nella più semplice delle verità e quella donna diventa davvero, e singolarmente, bellissima perché lontana da ogni stucchevole riferimento o modello (mediatico, dovremmo aggiungere, perché questo è il riferimento che “bellissima” sembra portare con sé e di cui avremmo, abbiamo, colto la banalità). Sono queste le verità che Difesa berlinese custodisce nelle proprie pagine, e le custodisce sorreggendole su nudi pilastri, mostrandole immediatamente – lo sforzo richiesto al lettore è di vederle, di cogliere figura e sfondo, per una volta, contemporaneamente.
Di recente, a proposito di scuole e manuali di scrittura creativa, una studiosa e docente di linguistica, dichiarava in un’intervista (cito a memoria): “Bellissima: come si potrebbe, oggi, usare una parola del genere in una frase?”. Come essere in disaccordo con la signora? Se pensiamo a quell’inesauribile fonte di mistero che è la bellezza femminile, se volessimo evocarne anche solo un acino e scrivessimo “Una donna bellissima” saremmo a dir poco banali scrittori. Ecco una regola da seguire nella scrittura: non usare mai questo superlativo e soprattutto evitare di riferirlo alla donna. Creata la regola, trovato lo scrittore che la manda in frantumi: Carlo Bordini – e il libro a cui ho fatto riferimento è stato iniziato nella metà degli anni ’70, epoca in cui “bellissima” accanto a donna era perfino ideologicamente scorretto.
Bordini ama i superlativi (ricchissimo, poverissimo, tristissimo, durissimo, velocissimo, dispendiosissima, pallidissima, felicissimo e infelicissimo, magrissimo, fortissima, simpaticissimo, sensibilissima, violentissima, e poi piccolissimo, benissimo, malissimo, sballatissimi, importantissimo, prestissimo, Altissimo – superlativo-sostantivo –, spessissimo, grossissimo, stanchissimo, lontanissimo e lunghissimo abbondano nei suoi libri), ama le donne (le “belle ragazze”, le “ragazze belline”, “carine”, “affascinanti”, “belle come le ragazze della televisione”, “stupende”, “bone bonissime” e “bone classiche” trapuntano le sue pagine – un intero paragrafo è dedicato a “Come disamorarsi di una donna molto bella”) e ama la bellezza (non solo la città, i quadri, la rivista, il giorno, la lettura, le nuvole, la gita, la cosa sono “bellissime”, ma la tesi è “molto bella” e le gambe e la pelle sono “belle”). Non basta: “lei si alzò, era bellissima”, “Se B. fosse stata bellissima, allora sì”, “il vero universo […] era quello della donna bellissima”, “Olga aveva un costume azzurro ed era bellissima”, “Olga indossava un costume che ne metteva in risalto la figura bellissima”, “donne seminude […] alcune erano bellissime”, “affiancato da una ragazza bellissima”, “il corpo di una donna che certamente sarà bellissima”, “pellicole in cui le donne sono bellissime”, “Sandra era così bella”, “una ragazza con un sorriso bellissimo”, “si sveglia la guarda. È bellissima”, “facciamo l’amore. È una cosa bellissima”, “Patrizia è stupidissima […] ha un sorriso bellissimo”.
È Bordini stesso a spiegarci il suo mito-issimo: «Il centro era appunto il mito della donna bellissima, ossia della donna fuori della realtà. Fuori della realtà sia perché il rapporto con essa era immaginato in una situazione irreale, sia perché la donna bellissima, a sua volta, non è una donna reale. Ogni essere umano ha i suoi limiti. Nessuna donna ha la bellezza della donna da sogno».

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Comments

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    Flavia

    novembre 23, 2020 at 18 h 25 min
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    Grazie per avermi incuriosita e avermi fatto scoprire così un poeta non convenzionale come Bordini che, confesso, non conoscevo.

    • Roberto Lombardi
      Roberto Lombardi
      to Flavia

      novembre 27, 2020 at 23 h 05 min
      Reply

      Il merito per averla incuriosita è da attribuire a Bordini stesso. Spero allora vorrà leggere anche le parti rimanenti dell'articolo; ringraziandola le auguro "doppia" buona […] Read MoreIl merito per averla incuriosita è da attribuire a Bordini stesso. Spero allora vorrà leggere anche le parti rimanenti dell'articolo; ringraziandola le auguro "doppia" buona lettura. Read Less

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