Le case delle fate sarde

Il termine ipogeismo in area mediterranea è comunemente tradotto nell’espressione “grotticelle artificiali”. Si tratta infatti di ambienti simili a piccole grotte, per lo più a pianta circolare, realizzati in una prima fase dagli uomini del Neolitico Medio e del Neolitico Recente (VI-IV millennio a. C. circa) su declivi collinosi, su massi erratici o su pianoro. Poiché antecedenti all’età dei primi metalli, essi furono scavati con ogni probabilità per mezzo di pietre dure, aggredendo la roccia nelle sue fenditure, ma non si escludono altre tecniche.
Circoscrivendo l’analisi di questi monumenti alla Sardegna, si può notare come essi si definiscano nelle architetture elaborate e raffinate del sassarese fino a quelle apparentemente più rudimentali di certe aree del nuorese, ma sono diffusi anche nel resto dell’Isola. Sulle ragioni di questa disparità si è discusso a lungo e si è giunti ad alcune conclusioni, la più logica delle quali è da ricercare nella natura della roccia. Il territorio del nuorese è in prevalenza granitico, mentre trachite e tufo trachitico sono più diffusi nel sassarese. Certamente il granito è più difficile da scalfire, perciò con i rudimentali mezzi a disposizione di allora le trasformazioni delle superfici erano per lo più limitate. Nel nuorese, di conseguenza, le planimetrie di questi ipogei descrivono locali molto angusti, mono o pluricellulari, con soffitti che spesso non superano il metro di altezza. Ben poca cosa se comparati con i circa tre metri dell’anticamera del principale ipogeo della necropoli di Sant’Andrea Priu di Bonorva (SS).
Al di là delle planimetrie e delle misure, gli ipogei sardi evidenziano dei tratti distintivi sia nelle decorazioni che nelle strutture interne, che fanno pensare a delle vere e proprie abitazioni nella roccia. All’interno, infatti, osservando la sagomatura dei soffitti (spesso con tracce di intonaco), le scanalature dei portelli di accesso e le finestrelle di taglio rettangolare o trapezoidale, è inevitabile pensare alla riproduzione di ambienti domestici. Si parla addirittura di lettucci, di false finestre e di travi di colmo. Tuttavia, questi elementi uniti ai ritrovamenti di resti ossei umani negli ipogei di Cuccuru S’Arriu, Oristano (i più antichi finora individuati) hanno indotto gli archeologi a classificare questi edifici come tombe. Parliamo più propriamente di necropoli ipogeiche. Come tali sono inquadrate le opere analoghe distribuite nel Mediterraneo (benché in Sicilia e relativamente sempre al Neolitico si distingua un’altra tipologia che esclude gli usi funerari).
In Sardegna l’immaginario popolare ne ha colto il lato più fantasioso. Si è così pensato che fossero abitate da essere soprannaturali, le janas (in alcune parti dell’Isola concepite come streghe, ma per lo più come fate). Ai Sardi, dunque, questi ipogei sono meglio noti come “domus de janas”, ossia casa delle fate, sulle quali esiste una consistente letteratura antropologica. In alcune zone vengono immaginate vestite di rosso, intente a tessere delle tele e in altre assumono connotazioni negative e vengono persino assimilate a dei vampiri. Anche a causa delle incursioni dei tombaroli, che anni fa le hanno depredate di ogni manufatto custodito all’interno (statuine di pietra, vasi, monili e altro ancora) le domus de janas sono oggi protette da una legislazione che negli anni ne ha rivalutato l’importanza nell’ambito dell’architettura funeraria e del patrimonio culturale dei Sardi.
A sollecitarne analisi specifiche sul piano artistico sono stati indubbiamente i corredi funerari e le decorazioni. Necropoli come “Istevene” di Mamoiada, “Sa Pranedda” di Sarule o “Brodu” di Oniferi (provincia di Nuoro) mostrano all’interno un motivo altamente significativo per le sue implicazioni spirituali e materiali, quello delle corna taurine, stilizzate in alcuni casi e naturalistiche in altri. Quest’ultima tipologia è ben rappresentata in una delle domus di “Istevene”: le corna qui sono la parte sommitale di una testa bovina resa nei suoi elementi inconfondibili, gli occhi, le narici e le orecchie.
Il motivo delle corna è presente sotto forma di bassorilievo su pareti, su pilastri e sulla sommità di false porte. In certe domus, tuttavia, esse sono state dipinte oppure incise. Gli archeologi gli attribuiscono un valore sacro da ricondurre all’economia agro-pastorale dei gruppi umani sparsi in questi territori. Al toro si associano significati come la fertilità e la potenza sessuale maschile. È significativo il fatto che il tema delle corna prima che come rilievo sulle pareti fosse stato concepito come decorazione su certi vasi.
Queste immagini si inseriscono a pieno titolo nell’alveo del patrimonio magico-sacrale tipicamente mediterraneo. Non mancano tuttavia in Sardegna elementi più originali come le incisioni a martellina della figura detta “orante”: essa riproduce in modo stilizzato uomini con braccia e gambe disposte in senso opposto. Secondo alcuni archeologi raffigurerebbero il mondo alla rovescia nella prospettiva dell’oltretomba.

Gianfranco Cambosu

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