L’infinito distante

L’amore, come traccia di grazia di un canto antico diventa ostinato. Fa da bordone agli sconfinati campi  immaginifici di memorie, di giorni trascorsi in un tempo remoto che la storia non ha scalfito. Un percorso di scavo e di rigenerazione tra gli spazi e i paesaggi carichi di ricordi e di un passato magico. Umberto Piersanti, premio Saba 2021 tra i più importanti poeti italiani, con l’ultima opera poetica, Campi d’ostinato amore per i tipi La Nave di Teseo, ci invita a leggere con uno sguardo libero i luoghi dell’anima. Rifugi dove proteggersi quando si scivola nella notte orfica, bisogno necessario di un poeta per creare bellezza, per restare, per salvarsi.

Quello di Piersanti è un passato che ritorna con le sue ombre domestiche in una terra remota che diventa mito: “il tempo ch’è passato/lo misuri/dalla memoria che/a quell’ora non giunge,/[…] solo nelle memorie/ora esistete,/ombre a me sacre,/sacre e distanti/[…] molto, molto più folte/siete/di chi è rimasto”. La raccolta poetica è divisa in sei sezioni che quasi come stanze, hanno accesso alle corde più intime dell’esperienza umana e del vissuto. La tenerezza di un’infanzia, “Eden che il tempo/non intacca”, alimentata dal calore dell’antica casa di famiglia sulle Cesane e da quel Natale del ’42, povero ma di felice condivisione di cose semplici: “è tornato il padre/da quei monti/dove i ribelli/nascosti tra i massi/sparano sui soldati/che lenti avanzano,/la madre non prepara/i cappelletti,/è un Natale povero,/di guerra,/ma stende sulla madia/i tagliolini,/il brodo è tutto caldo,/grande e calda la stufa […] e calde le sorelle/accovacciate/cerchiano d’argento/i mandarini”.

I monti delle Cesane marchigiane come le Langhe di Cesare Pavese e del soldato Johnny. Dietro le colline c’è il mare che tutto riporta indietro, con il suo indeterminato azzurro dove finisce la strada bianca, il “celeste Adriatico/c’aspetta”. Ma forti sono i richiami ad un certo simbolismo di Pascoli e di Baudelaire, amati dal poeta. In lontananza senti anche la eco di Luzi, Carducci, Montale e di quel mondo contadino mitopoietico tanto caro a Pasolini e dei più antichi Dante e Petrarca: “il tempo poi dissolve le figure/ad una ad una nel vortice/[…]contro il vuoto che ghiaccia[…]la selva luminosa/non fa scura/la selva è in una terra/separata […] Nel folle volo/c’era un dirupo/il più fondo e assoluto”.

Così l’autore, come un Acheo, sogna per un istante di entrare in quel cavallo immenso di legno per approdare e rimanere dentro quegli anni eterni: “per ogni generazione/c’è un’età immortale,/la mia è stata allora,/forse quel tempo è altro/della sua memoria,/ma lo stradino/era senza sassi/e buche e frane/allora non lo vedi,/per chi lo inizia/felice è il cammino/[…] quell’età immortale/tra le valli/continua a risuonarti/dentro il sangue”.

Ma il passato, con l’allegoria magica della natura e i rimandi immaginifici, è già un altrove per il poeta pellegrino. Pastore errante di leopardiana memoria, smarrito nell’eterno che chiede ancora alla luna della propria esistenza: “danzano le lepri/sulle radure/nelle notti d’estate/[…] ora s’alza un gran fuoco,/rischiara la lanugine bianca/degli agnelli/[…]qui le chiamano fole/mi dicevi,/son anime che strisciano/tra i rami/[…]chi ricerca castagne/o guida capre/le incontra con sgomento/nel cammino/[…]nessun pastore sale per i monti,/e un poco t’addolcisce/e t’addolora/l’infinito distante/di quei giorni”.

Ma ancora una volta, è l’ostinato amore a tenere testa e ad essere il cuore di tutta l’opera, l’amore per il figlio Jacopo, delicato e irraggiungibile come falco in volo: “Jacopo delle corse/e dei dolori,/Jacopo del riso/e dello sconforto,/sei nella vita/quella svolta improvvisa/che non t’aspetti,/la tragica bellezza/che i tuoi giorni inchioda/al suo percorso” e, foscolianamente, fa parte di “questa bella famiglia/d’erbe e animali”.

Piersanti come Pasternak cammina in questo tempo presente da poeta forestiero e smarrito, perché una diversa era lo ha attraversato: “quale millennio scorre/per le strade, nei caffè della sera/ragazzi dai jeans strappati,/i volti così incerti/e luminosi,/voi che sedete intorno/ai lunghissimi tavoli/per i vostri eterni aperitivi,/chiedo come ad altri/a voi così simili e lontani/chiese un poeta antico e forestiero?”.

L’autore, ultimo Odisseo malato di nostos sembra cantare, per la Galassia infinita delle Cesane, una canzone tanto amata da sua madre: Vieni c’è una casa nel bosco, come un mantra, come una preghiera per scongiurare questa “Primavera bugiarda”, ultima sezione che chiude la raccolta e fa chiaro riferimento al primo confinamento pandemico: “questa primavera fuori stagione,/primavera bugiarda/dietro sbarrate porte/e di veleni insozza/persone, erbe e oggetti/è questo tempo tutto/fuori stagione,/un tempo che ti rapina/i giorni e l’ore,/e tu rimpiangi i suoni/che detesti/[…]i giorni inconsapevoli,/felici/d’un’altra primavera/che porti dentro,/dentro nel sangue/[…] primavera crudele che s’inoltra/col suo riso sinistro/di cieli e campi”.

Piersanti lancia quest’opera nel momento della massima genialità visionaria e creativa che gli appartiene, con una esperienza umana decisa e forte, componente necessaria della grande poesia. Quella che resta nel tempo, quella che dice qualcosa, che salva l’uomo. E quasi, ci invita a dire al poeta: “resta nella radura/quanto puoi,/la strada che risale/è faticosa,/la cerchiano gli spini/e i folti rovi/[…] è una breve stagione,/tu resta nel trifoglio/quanto puoi”.

Anita Piscazzi
(foto Dino Ignani)

Umberto Piersanti: “Campi d’ostinato amore”
(La Nave di Teseo, Milano 2020, pp.166)

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