In Sardegna, tra storia, lingua, tradizione e magia.

Raccontare la Sardegna è raccontare una storia che intreccia tante altre storie. Ne ho scelte alcune, per cominciare un viaggio di cui tra queste righe troverete solo l’inizio. Apriremo delle porte: archeologia, lingua, tradizioni che si conservano dalla notte dei tempi. L’isola è porta verso le altre civiltà, aperta sul Mediterraneo, è uno scrigno, una cassaforte di roccia che con le sue montagne custodisce e conserva un patrimonio prezioso ed unico.

Dalla preistoria ci arrivano le sepolture scavate nella roccia, presenti in tutta la Sardegna e che ora sono candidate UNESCO per diventare Patrimonio dell’Umanità: la tradizione popolare le chiama domus de janas (case delle fate o delle streghe), da tombe-case dei morti a dimore abitate da creature leggendarie di piccola statura che tessevano, cantavano, panificavano, predicevano il futuro. Indovine, sibille e infine streghe. Donne custodi  di un’ antica sapienza che utilizzavano le preghiere e le erbe per la cura  di corpo e mente. Ma questa è un’altra storia. Migliaia di anni fa in Sardegna un popolo cominciò a scavare nella roccia “villaggi” che ospitassero i morti, un mondo specchio di quello reale che riproponeva l’architettura delle case, le suppellettili, gli arredi. Le anime degli antenati diventano nei secoli le fate delle leggende e  continuato a vivere nelle domus, riutilizzate dalle diverse civiltà che si sono succedute nell’Isola.

Il termine janas richiama Giano (Janus), divinità romana dal doppio sguardo al passato e al futuro, protettore delle porte, dei passaggi, anch’essi dal doppio sguardo, dentro e fuori. Le domus sono porte verso l’aldilà, al loro interno sono state scolpite “false porte”, come nelle strutture funerarie dell’Antico Egitto, varchi attraverso i quali il defunto poteva transitare nell’aldilà. Nella lingua sarda il termine janna è la porta e viene usato per indicare toponimi di accesso, come valichi, passaggi: case delle porte dunque, dove sono presenti le porte per l’aldilà.

L’Isola ha conservato linguaggi antichi, ha accolto popoli diversi e ne ha mantenuto le parole, sas paraulas. L’isola conosce il potere della parola, le parole non possono essere sostituite, ognuna ha il suo senso nel mondo, la parola può essere evocativa, curare, salvare, confortare ma anche condannare. Con la parola si prega, si benedice e si maledice. La parola è dunque la nostra chiave di accesso al mondo, all’altro, il mezzo, la porta dalla quale possiamo lasciar passare il bene o il male. In Sardegna si parlano diverse lingue il sardo, l’algherese, il gallurese, il turritano, il tabarchino: sono il frutto dei contatti con tanti popoli del Mediterraneo da Roma alla penisola iberica, dalla Corsica alla Liguria. Le parole sono alla base delle antiche pratiche di cura e di guarigione che uniscono la religiosità popolare con antiche credenze pagane, basate sull’uso preciso della parola (orazioni, preghiere, cantilene, “brebus”) e sul suo potere salvifico.  Pregando si chiede l’intercessione della Madonna e dei Santi, e si cerca l’intervento dei defunti. Le parole cantilenate calmano il malato e consolano dai lutti, pensiamo ai canti funebri e ai lamenti delle prefiche (s’attittu). Esistevano formule per trovare le cose perdute, per la salvezza degli animali o contro di essi, per esempio le cavallette. Orazioni venivano recitate per carestie, temporali, siccità e calamità naturali. A volte le parole venivano scritte: negli involti destinati a proteggere una persona, pezzettini di carta con preghiere accompagnano erbe, scapolari, legni, terra, ostie.

La tradizione in Sardegna è legata alla terra, al sole, al vento, e alla magia. Il vino è l’elemento di sostentamento, di cura e di piacere che forse più di tutti sigilla il patto tra la Natura e l’uomo. A testimoniare questa millenaria alleanza il ritrovamento della pressa più antica del Mediterraneo a Monastir, nel sud della Sardegna, che racconta una produzione storica di vite e vino. Offerto agli Dei, usato nella cucina, il vino è protagonista ed ingrediente principe di diverse pratiche mediche  magico-superstiziose, utilizzate a scopi curativi, contro il malocchio, nelle fatture e legature d’amore. I rituali, testimoniati nei documenti dei Tribunali dell’Inquisizione, dal Medioevo all’epoca Moderna, uniscono conoscenze legate alla medicina popolare, antichissime credenze e culti pagani ad una forte religiosità e devozione. Il vino anticamente veniva “condito”: diventava così più gradevole, fonte di nutrimento e sostentamento in assenza di un’adeguata alimentazione, e nascondeva la presenza di altri elementi. La sua capacità di alterare l’umore favoriva la somministrazione della “medicina” e l’influsso del potere della malia d’amore: assumerlo era semplice, berlo piacevole e confortante. Archeologia, lingua e Natura. Tombe, parole e vino. Tre porte che sono chiavi di accesso ad un’Isola antica e alla sua storia.

Alessandra Derriu

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