Scrivere racconti

C’era in giro uno strano virus, e a un certo punto una figlia chiama sua madre e le dice, mamma me ne vado di casa. La madre le risponde ti capisco, ma non voglio. E, se lo fai per noi, puoi pure startene qui, continua la madre, che siamo tutti sulla stessa barca. Ma la figlia no, insiste, vuole giocare la sua parte di coraggio e, a un certo punto, la madre capisce che deve lasciarglielo fare.
Quindi diventa necessario dare un segno che parli di partenza nel caso della figlia, e di emozione in quello della madre, pensa lo scrittore. Per la partenza ecco una valigia, anche se non si tratta di andare in viaggio ma in ospedale; o meglio, nell’appartamento di fianco all’ospedale perché essere infermiera in tempo di Covid vuol dire turni assurdi e rischi alti; e non una valigia qualsiasi, bensì quella delle vacanze appena trascorse, dove le preoccupazioni della madre per quel viaggio, confronto a quelle di oggi, sembrano ridicole. Ma l’emozione, come si raffigura l’emozione, bastano dei biscotti? Solo se sono i preferiti della figlia.
Ci vuole però un ritmo, qualcosa che dia cadenza agli eventi e scandisca come un metronomo ottuso l’ineluttabilità delle cose. Perché i personaggi si muovono all’interno di un contenitore che segue un flusso per buona parte impossibile da modificare. Qui il tema, che non è solo quello degli affetti, delle emozioni, del sacrificio e della paura. Occorre un elemento estraneo per parlare di qualcosa di centrale, un elemento di discontinuità, meglio se ripetuto all’interno del racconto. Entra in scena l’insegnante di ginnastica. La madre sta seguendo delle lezioni in cui un insegnante online detta tempi ed esercizi, ed entrare in un ritmo per poi uscirne è un buon sistema per esprimere preoccupazione e rabbia. Inoltre la madre capisce di non essere in grado di cambiare niente di quello che sta succedendo, se non partendo da sé stessa. È il suo corpo a dirle come fare, e anche smettere di seguire un ritmo diventa la rivendicazione di un dolore, e il modo per reagire.
Al gatto, altra comparsa prima che il sipario si chiuda, il compito di personificare l’imprevedibilità, l’assurdo che si trasforma in possibile e viceversa. Un’ultima frase, quella della speranza, con cui ci arroghiamo il potere di far previsioni.
Questa la parte tecnica. Poi c’è quella umana, in cui lo scrittore mette le sue emozioni e, anche se in situazioni diverse, il suo vissuto: e diventa madre, figlia, insegnante di ginnastica e, certo, anche gatto. È, questo, il momento di dimenticare i tecnicismi e accettare la sfida difficile, insidiosa e piena di tranelli rappresentata dalla linea di confine che va messa fra scrittore e personaggio. Questa la sfida della letteratura, quando traduce la vita in un linguaggio poetico o narrativo che sia. Questo è ciò che rende interessante il tutto.

La terza lezione online è già partita quando comincio. È il momento della testa, prima a destra poi a sinistra. “Ruotatela lentamente, alzate le spalle” dice la voce. Alzo le braccia.
Quando hai detto che te ne saresti andata mi hai preso alla sprovvista, anche se sapevo che l’avresti fatto. «In città sarò più vicina all’ospedale» e la tua voce al telefono mi è sembrata di un’altra persona: «così non metto a rischio la vostra salute» hai aggiunto.
“Alzate e abbassate le spalle, poi le braccia. Non dimenticatevi di respirare”. Non lo dimentico.
Poi eri davanti a me, con la valigia rossa, quella grande del viaggio in Madagascar, e mi hai spiegato di gatto, cibo e lettiera. Volevo trovare la parola che potesse seguirti dove io non potevo, quella che ci saremmo ricordate al tuo ritorno. Per te, che un tempo dormivi nel lettone con la febbre e adesso vai a curare la salute degli altri. Per te che vorrei a casa, perché è dalla tua salute che dipende la mia. Non l’ho trovata quella parola, ma ti ho dato un pacchetto dei tuoi biscotti preferiti.
“Piegando… abbassatevi…” ora non ascolto più, è il momento del corpo che ha bisogno di agire; allargo le braccia, le alzo, tendo i muscoli e cerco di toccare il soffitto, ruoto, sposto, scalcio, abbraccio lo spazio intorno. Grido. Mi butto su un fianco, sfinita, ho il tuo gatto davanti. Ritrovata la calma sollevo la gamba destra, e penso “Adesso non mi stupirei se la alzasse anche lui”. La alza.
Mi guardavi e sorridevi, ti ho fatto una foto prima di darti i biscotti. Tu non lo sai, ma ne ho conservato un pacchetto. È quello per quando ritorni.

Sabrina Sigon

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