Lessinia tra natura e paesaggio

Vi sono territori in cui la componente geologica, quella naturalistica e quella antropica, nella sua espressione architettonica, si allineano magicamente per dare esito a paesaggi di una bellezza struggente e archetipa, che muove le corde della nostra sensibilità più profonda, perché ci rimandano alle stagioni primitive dell’umanità. Uno di questi paesaggi, forse non molto conosciuto, è quello delle prealpi venete e in particolare il territorio della Lessinia veronese. Qui un’eredità singolare della natura ha fornito l’area montuosa a nord di Verona di due diversi tipi di pietra con una particolare conformazione strutturale in comune: la Scaglia Veneta del Cretacico nella parte più occidentale e il Rosso Ammonitico del Giurassico nella parte centro-orientale. Entrambi si presentano sotto forma di strati superficiali sottili e regolari, separati da un tappeto di argilla che ne facilita lo scollamento, regalando una pietra già stratificata in lastre di facile cavatura.
Questa caratteristica geologica ha dato origine innanzi tutto ad una serie di segni sul territorio, laddove la pietra affiora a formare spettacolari conformazioni che punteggiano il paesaggio, ma soprattutto ha dato origine ad una architettura vernacolare in cui l’uso della pietra è pervasivo e qualificante: il suo tratto caratteristico è l’assoluta essenzialità, la perfetta corrispondenza tra rigore funzionale e logica costruttiva, monoliti sottili dalle superfici vibranti assemblati in orizzontale o in verticale, come i dolmen dell’architettura megalitica, vanno a comporre uno scenario alpino del tutto singolare, un “paesaggio di pietra”. Testimonianze archeologiche dimostrano che l’uomo abita queste zone da circa 300.000 anni, ma dall’anno 1287 si ha certezza della colonizzazione di queste terre da parte di popolazioni bavaro-tirolesi, i Cimbri, esperte nella lavorazione del legname, che trasferirono le tecniche costruttive relative a questo materiale nella pietra che abbondava in questi territori. La pietra è stata utilizzata come lastra monolitica conficcata al suolo per creare le pareti di depositi, ovili e strutture sussidiarie, per la pavimentazione delle aie, ma anche per la realizzazione delle coperture degli edifici, e ancora, sempre in lastre monolitiche, per la realizzazione di muri di cinta delle proprietà a pascolo e per la delimitazione dei tratturi di transumanza del bestiame e, infine, in tagli più piccoli, per le murature degli edifici residenziali e delle stalle/fienili, dette “tede”. La cultura cimbra ha lasciato tracce più singolari nella Lessinia orientale dove la tipologia della teda conosce declinazioni originali nelle coperture a doppia inclinazione: una prima parte della falda del tetto è coperta in pietra e una seconda, più erta, in canna palustre (oggi purtroppo sostituita da lamiere zincate o tegole in cotto).


L’aggregazione di questi edifici ha dato origine alla formazione delle “contrade”, nuclei insediativi primari del territorio lessinico, basate sul nucleo familiare e organizzate in forma di schiere lineari semplici o in parallelo, anche con assialità diverse, dove si alternano edifici residenziali con edifici produttivi, tede, depositi, casare, tutte rigorosamente realizzate con la pietra locale non intonacata.
Man mano che si sale verso l’Altopiano più settentrionale, la vegetazione si dirada e si aprono i paesaggi dei cosiddetti Alti Pascoli, dove l’intervento dell’uomo si fa sempre più sporadico: la solitudine metafisica di questi luoghi è solo occasionalmente interrotta da un’architettura ancora più essenziale e primitiva dove le lastre in pietra diventano componenti esclusivi degli ampi stalloni d’alpeggio, vasti vani isolati tra i pascoli per il ricovero del bestiame in caso di maltempo. Gli interni di questi edifici svelano una particolarità straordinaria: alti archi a sesto acuto di tipo gotico, o a tutto sesto, permettono di creare aule di grandi dimensioni, talvolta divise in navate, adatte ad ospitare un gran numero di capi di bestiame, che tuttavia, per analogia con gli spazi sacri, creano una suggestiva atmosfera mistica.
Oggi questo territorio di confine tra i paesaggi padani e gli scenari alpini, è a forte rischio di compromissione a causa di una indiscriminata manomissione proprio del suo patrimonio architettonico e del fragile ecosistema in cui esso era armoniosamente inserito. Preservarlo significherebbe conservare memoria di sapienze costruttive antiche e di patrimoni umani insostituibili.

Federica Guerra

 

 

 

 

 

 

 

 

0 comments
1 like
Prev post: Intervista a Giampaolo PrettoNext post: Intervista a Paolo Bacilieri, fumettista

Related posts

Leave a Reply

Votre adresse de messagerie ne sera pas publiée. Les champs obligatoires sont indiqués avec *