Il vuoto e la bellezza da capire, contro-racconto di Natale

“Lo diceva all’Italia. Di schianto, come a una donna
che ignara o no a morte ci ha ferito”.

Così Vittorio Sereni ricordava la rabbia di Umberto Saba verso l’Italia, da lui definita in una lettera “atroce paese che amo”. Le circostanze che inducevano il poeta triestino a ingiuriare la patria, ma più che altro i propri compatrioti e diversi “colleghi”, erano in quel caso soprattutto politiche (l’esito delle elezioni del 1948 non lo aveva entusiasmato), ma dal suo epistolario emergono spesso motivi culturali, letterari e non solo. Siamo di fronte ad uno dei numerosi esempi di italiani illustri che guardano alla Penisola come ad un luogo popolato da gente senza memoria e senza gratitudine. Forse soltanto chi ha lasciato l’Italia cercando una vita migliore può capire questo spirito, oppure chi la vive quotidianamente ritenendo insopportabili alcuni aspetti fondamentali del vivere italiano. Il tutto malgrado la celebrata italica bellezza, almeno in apparenza al centro della memoria e dell’identità dell’Italia. Probabilmente dall’estero non è agevole capire come si possa rimproverare di essere senza memoria una comunità che ha fatto della memoria stessa il proprio vessillo e che forse ne ha insegnato agli altri il culto. Ma in concreto di che si tratta? Lo si capisce forse bene ora, quando inaspettatamente ci si trova a percorrere le strade d’Italia quasi senza incontrare turisti, di sicuro senza imbattersi in quelli stranieri. Per la prima volta dopo innumerevoli anni, molte strade di Roma, Napoli, Venezia, Firenze sono semivuote come quelle dei piccoli centri; sono chiusi i musei, i teatri, i cinema e mai come ora la porta degli Uffizi e quella della Pinacoteca di San Severino Marche potrebbero confondersi. Eppure tutto il mondo sogna gli Uffizi e non è improbabile che San Severino sia ignota alla maggior parte degli Italiani. Quello che non è riuscito ad anni di tentativi di distribuire i flussi turistici è riuscito alla pandemia: Venezia e Murlo sono sorelle, ma di silenzio. Allora sorgono diverse domande: che cos’è quella bellezza Italiana che ci raccontiamo da tempo e che nessuno oserebbe negare? Chi riguarda? Come l’abbiamo capita, apprezzata e coltivata? Certo, qualcuno fin da marzo ha cercato una consolazione esaltando l’immagine delle città vuote, presentate come ancora più belle o finalmente libere dalla pressione di un turismo ormai insopportabile. Ma non mancava solo il vociare dei gruppi in visita guidata, mancava la vita stessa dei centri urbani. A quel punto qualcuno si è accorto che molte città italiane, più piccole che grandi, avevano barattato la vita vera con quella gravitante attorno al turismo; finito il confinamento, ma senza agevolazioni negli spostamenti, non si era riempito il vuoto, neppure quello delle case e dei palazzi. Quindi l’auspicata distribuzione dei flussi turistici oltre le solite grandi mete, là dove appariva realizzata, aveva cancellato ogni altra vita? Ci si era mai accorti di tante locande al posto delle case, prima che echeggiasse il vuoto nelle loro stanze? Come mai ora le città più vivaci sono le meno belle, quelle che non avevano mai avuto bisogno di turisti per riconoscersi e raccontarsi? Aveva dunque ragione l’istrionico Marinetti, che già nel 1910 rimproverava ai veneziani di essere “divenuti camerieri d’albergo, ciceroni, lenoni, antiquari, frodatori, fabbricanti di vecchi quadri, pittori plagiari e copisti”? Non del tutto, se voleva sostituire questo panorama con “una folla sagace, ricca e affaccendata di industriali e di commercianti” sui canali prosciugati e asfaltati, un rimedio peggiore del male. Resta la sensazione, passeggiando tra le strade un tempo piene davanti alle porte chiuse di musei e teatri, di avere per troppo tempo associato la bellezza al numero di biglietti staccati e all’alternanza tra ristoranti e boutiques monomarca; di esserci riempiti la bocca della bellezza dell’Italia per raccontarla con faciloneria e affittare a quattro cifre mensili le nostre soffitte con vista sul cupolone; di aver piegato il piacere del cibo, la convivialità e molto altro al brand turistico, secondo il quale l’italiano è eccellente perché solo lui sa dipingere la Cappella Sistina, tirare una sfoglia e costruire una Ferrari, come se Michelangelo, Artusi e il “Drake” avessero sottoscritto una joint venture. Speriamo di riuscire a capire questo: le belle città d’Italia senza gente non sono belle in quanto vuote; lo sono malgrado il vuoto. Quando I turisti di tutto il mondo prima o poi torneranno, ricordiamoci che ciò che abbiamo di bello rimane tale a prescindere dalla folla che lo circonda; e aiutiamo questa folla e noi stessi a rispettare e tutelare la bellezza senza bisogno d’altro.

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