Incontro con l’artista Flavia Franceschini

Grazia e generosità sono solo alcuni degli aggettivi per definire l’artista ferrarese Flavia Franceschini, autrice di alcune tra le più belle esposizioni della città estense e non solo. Le sue opere, leggere e trasparenti, sembrano quasi sospese in un tempo evanescente che sfuma nei contorni di un sogno.
Conoscerla è stato per me un privilegio che vorrei condividere con i lettori di Simposio Italiano in questa intervista che mi ha gentilmente concessa.

Dopo aver frequentato il corso di laurea DAMS di Bologna, si è dedicata all’arte sviluppando varie tecniche, dalla pittura alla scultura e anche alla fotografia. Una passione che svolge a Ferrara, in via Carmelino, in un antico forno che oggi è diventato il suo atelier. Ci vuole raccontare com’è nato il suo amore per l’arte e com’è evoluto nel tempo?

Studiavo al D.A.M.S. /arte, in anni caotici di occupazioni studentesche, quando scoprii che stava per iniziare un corso biennale di intaglio e restauro del legno, organizzato una tantum dalla Regione, presso lo studio di uno scultore e restauratore, nella quiete del cuore medievale della mia città. Mi ci buttai con vero entusiasmo, vivendo le intere giornate “a bottega”, tra scalpelli e mazzuoli, angeli dorati, legni di tiglio, noce e cirmolo, tra polvere e odori antichi di cere e colle: un apprendistato quasi alla maniera rinascimentale, per imparare passo dopo passo il mestiere dell’ebanista intagliatore. È un ricordo ancora emozionante.
Concluso questo corso, decisi con altre ragazze che vi avevano partecipato di tentare l’avventura di aprire una nostra piccola bottega. Così nacquero migliaia di “cose di legno” (nome che avevo scelto per il nostro atelier) che racchiudevano fantasia, pazienza e passione. Per molti anni, rimaste in due, abbiamo proseguito in quell’esperienza insolita per Ferrara, città di pianura e senza boschi, portando qui, da entusiasmanti viaggi alpini ad hoc, il profumato cirmolo e gli utensili per lavorarlo. Ho partecipato a molti simposi di scultura, facendo nascere una figura da un grande tronco di quel prezioso legno, davanti agli occhi dei passanti, per le vie di note località delle Dolomiti. Eravamo le uniche due ragazze tra i molti esperti di quella tecnica, complessa e faticosa. All’inizio siamo state bonariamente derise, per la nostra evidente mancanza di physique du rôle, ma poi, con qualche stratagemma, abbiamo superato l’impaccio iniziale e raggiunto gli stessi traguardi. Di quelle avventure il ricordo più intenso è l’inebriante e fortissimo profumo del pino cembro, che inondava tutto il paese e impregnava persino i vestiti. Meraviglia!
Molti anni dopo, diventate mamme, abbiamo con dispiacere dovuto abbandonare l’impegno quotidiano della bottega-laboratorio, che assorbiva troppo tempo ed energie, ma nel mio studio tuttora convivo con infiniti pezzi di legno e con gli attrezzi, dalle sgorbie alle seghe d’ogni tipo. Sono preziose presenze amiche, compagne d’avventura.
Ho la fortuna di avere a disposizione questo grande spazio che ancora conserva molte tracce di forno da pane d’inizio ‘900: le bocche, le catene e gli utensili di ferro sono ancora al loro posto. Attorno, oltre ai legni, opere concluse o in fieri, manichini, vecchie fotografie (acquistate su bancarelle chissà dove) di personaggi che rimarranno per sempre misteriosi, anche se ormai sono presenze familiari, e ora che si ritrovano accostati paiono far conoscenza tra loro. Infine angoli predisposti a set fotografici quasi teatrali, armadi colmi di abiti e accessori d’epoca, comprati in mercatini o usciti dai bauli dei nonni. Un luogo della memoria, dove entro ogni volta con voluttà, perché vi conservo molti sogni e vi assecondo ogni desiderio creativo, in una mescolanza di generi un po’ folle e fiabesca.
Col passare del tempo, ho sentito la necessità di conoscere nuovi materiali, di creare quello che immaginavo con linguaggi diversi. Esplorando altre tecniche, che seguissero il desiderio di evanescenza e di leggerezza, per levare le catene della pesante gravità che il legno inevitabilmente ha come confine. Stoffe, colle, carte, gessi per creare il rilievo e seguire ancora il richiamo della tridimensionalità (in “Diafane presenze”), fino alle ultime esperienze, in cui ho voluto togliere il più possibile concretezza alle forme per cercare di inseguire pensieri e ricordi impalpabili e sfuggenti (in “Sentieri antichi”).
La luce, che filtra attraverso l’opera, è stata una ricerca costante degli ultimi anni: in “Diafane presenze”, grazie alla trasparenza delle stoffe così trattate, così come nelle fotografie retroilluminate de “La pianura incantata | nel respiro di Michelangelo” (omaggio a M. Antonioni). Poi, nell’ultima personale, “Sentieri antichi”, le immagini video proiettate si dissolvevano nel passaggio tra file di grandi sipari di veli.

Ferrara è la città della sua famiglia. Proclamata Patrimonio mondiale dell’umanità nel ’95, è sicuramente una delle città italiane più ricche di storia e di cultura. A Ferrara hanno vissuto ed operato illustri personaggi del passato ma anche dei nostri giorni. Che rapporto ha con la città e qual è il suo ruolo nella sua attività artistica?

Amo molto la mia piccola città, racchiusa da una lunga (la più lunga d’Italia, quasi dieci chilometri!) cinta muraria rinascimentale, affascinante in ogni stagione dell’anno, anche nel percorso verde che la circonda. Sono mura che hanno continuato a svolgere nei secoli successivi la fine del governo degli Estensi la loro funzione difensiva, proteggendo l’identità dell’antico centro storico medievale e della cinquecentesca Addizione Erculea. Sento una sincera riconoscenza per il geniale architetto Biagio Rossetti, che ha immaginato e creato questo piano urbanistico e molti meravigliosi edifici, seguendo una sua visionaria e ancora in parte misteriosa regia, nascosta nel quadrivio del Palazzo dei Diamanti e nel tracciato delle lunghe “vie piane, grandi come fiumane, che conducono all’infinito”, come cantava D’Annunzio. Una città che è sollievo per la claustrofobia, perché l’orizzonte infinito della campagna è appena in fondo ad ogni prospettiva e raggiungibile in una volata di bicicletta, mezzo da cui i ferraresi non si separano mai. A volte, mentre percorro le strette vie medievali, passo sotto case o palazzi in cui hanno vissuto importanti figure del passato o angoli che raccontano incredibili storie lontane, ma ancora avvincenti ed evocative. E il pensiero mi incanta, sempre. In fondo è “La città dalle cento meraviglie”, come scriveva Filippo de Pisis.
Non ho potuto, quindi, che riflettere spesso nelle mie creazioni questo perenne stupore. Dagli affreschi di Schifanoia, ancora oggi carichi di affascinanti enigmi, fino alla profonda malìa degli scenari d’occhi e di mente di Michelangelo Antonioni, ho desiderato confidare questo mio innamoramento in lavori scultorei o in immagini fotografiche e video.

Nel 2018, nella suggestiva Galleria del Carbone, nel cuore di Ferrara, ha allestito “Sentieri antichi”, una delle sue tante esposizioni. Un viaggio attraverso vecchie fotografie da lei stessa restaurate e incorniciate. Fotografie sbiadite dagli anni e velate da giochi di luce sapientemente orchestrate dalle sue mani per evocare tempi passati di una grande famiglia : la sua. Cesare Pavese, in una delle sue opere scriveva che “non si ricordano i giorni ma gli attimi”. È così anche per Lei?

Sicuramente. La memoria è fatta di soli attimi di luce. Quella mia esposizione è stata una ricerca partita da ricordi di momenti vissuti, ma non solo. E’ stata spesso una rivelazione, perché tra le pieghe di antiche fotografie di famiglia mi è parso talvolta di riannodare un dialogo, di ricevere segreti ed emozioni da chi mi ha preceduto nella vita. Ingrandendo le immagini, come in Blow up di Michelangelo Antonioni, si svelavano particolari che non conoscevo. Ed è stato ogni volta un brivido, come assistere ad una nascita. Ho incontrato anche chi non ho conosciuto, ma a cui devo il fatto di esistere. Scoprendo dettagli delle mises, degli ambienti, ma anche leggendo nei gesti e nelle espressioni i segreti di quel momento immortalato dall’immagine: uno sguardo d’intesa, un sorriso timido o gioioso, la bellezza di un volto, che vi rimane eternamente giovane.
E’ stato un abbraccio nostalgico con la loro anima, che mi è apparsa cento anni dopo. Un viaggio nel tempo, proposto come foto e video installazioni, che stabiliscono un legame fra tradizione e contemporaneità.

Lei viene da una famiglia di tradizione politica, il suo papà Giorgio è stato un deputato e suo fratello Dario è attualmente ministro. Una famiglia con un grande senso della cultura, come lo dimostra anche la figura di mamma Gardenia, attivissima fino agli ultimi giorni di vita. In che misura il clima familiare ha influito sulle sue scelte creative?

Sono stata molto fortunata, sia per gli stimoli avuti, che per la libertà di poter assecondare i miei desideri. Mio padre aveva il dono di essere profondamente interessato da tutto ciò che è cultura: dall’amore per la Storia, che l’ha coinvolto in ricerche infinite cariche di passione, a quello per i libri (la sua casa era, ed è tuttora, una grande biblioteca di quasi ventimila volumi, tutti da lui catalogati), a quello per la musica, l’arte. Fu deputato nella prima legislatura, dopo aver vissuto gli anni della guerra da partigiano, ma poi si allontanò dalla politica attiva, dove gli ideali devono lottare spesso con i compromessi. Mia madre era il coraggio, la forza, l’entusiasmo, il punto di riferimento di tanti. Era la mia prima sostenitrice nei momenti creativi, consigliera e persino aiutante (il compito della levigatura finale delle sculture era, per suo desiderio, appannaggio suo!).
La casa paterna, ora purtroppo vuota di vita, è però sempre carica di loro tracce, conservate insieme a mille cose tramandate da generazioni. Viaggio spesso tra cassetti colmi di carte e ricordi, grazie a loro, a nonni e bisnonni, che hanno anche avuto il privilegio di poter disporre anche di macchine fotografiche, telecamere o registratori con nastro magnetico, lasciando testimonianze di momenti vissuti in immagini e voci consegnate alla memoria.
Dario è un autore di bellissimi libri. Purtroppo il suo importante impegno politico, che continua senza sosta da quando era ragazzo, non gli lascia tempo sufficiente per assecondare questa sua seconda identità. Vorrei raccontare un aneddoto divertente: molti anni fa ricevette una telefonata dalla casa editrice Gallimard e credette ad uno scherzo di qualche amico che sapesse della sua grande passione per la scrittura. In Francia, allora, Dario non era affatto conosciuto come personaggio del mondo della politica e scherzo, infine, non era: il suo primo romanzo era stato letto ed era piaciuto, tanto che venne poi tradotto da Chantal Moiroud e pubblicato nella collana L’Arpenteur con il titolo “Dans les veines ce fleuve d’argent”. Successo proseguito poi con “Daccapo” (“Ailleurs”) ed imminente è l’uscita anche dell’ultimo libro di racconti.
In famiglia siamo quindi tutti felici di questo riconoscimento oltre confine delle sue doti letterarie. Tanto più prezioso quanto appunto non dipendente affatto dalla sua notorietà come politico. Qui in Italia invece i due ruoli convivono a fatica, agli occhi dei lettori e degli elettori, perché la serietà del suo impegno lavorativo pare incompatibile con le divagazioni fantastiche dei suoi racconti. Come sorella spero che il futuro gli conceda più spazio per la scrittura, anche se sono profondamente ammirata della sua serietà e competenza nei difficili e importanti ruoli che ha ricoperto e che tuttora lo coinvolgono.

A proposito di famiglia e di cultura, una delle sue esposizioni più belle è stata “Diafane Presenze”, nata da una sua interpretazione di alcune poesie scritte da papà Giorgio. Un’esposizione molto suggestiva in cui figure esili avvolte in drappi di stoffa formano delicati bassorilievi. Poesia e scultura, due espressioni artistiche in apparenza lontane ma costruite sullo stesso ritmo. Due espressioni artistiche che parlano in fondo lo stesso linguaggio?

In fondo sì, tutte le creazioni artistiche sono mezzi diversi per raggiungere il fine di esprimere un pensiero. Come un romanzo o una canzone, un dipinto, una fotografia.
Negli anni subito precedenti e durante la seconda guerra mondiale, mio padre compose struggenti poesie, raccolte nel piccolo volume “Sentieri antichi” (a cui dedicai l’altra esposizione). Pubblicò poi diversi studi su molti argomenti di storia locale e scrisse anche gustosi e spesso ironici racconti, che condivano, con un poco di dichiarata fantasia, alcuni curiosi fatti avvenuti realmente nei secoli scorsi. Così conserviamo, tra le infinite carte della casa paterna, suoi articoli apparsi su quotidiani, come quelli in cui descrive la storia avvincente e misteriosa de Gli amanti di Via Vegri o della Contessina Nelda. Fantasmi del passato che mi hanno affascinato ed attratto a farne a mia volta un’interpretazione materica. Per questo loro essere impalpabili e sfuggenti, come tutte le storie lontane in cui il tempo confonde il confine tra realtà e leggenda, anche la loro rappresentazione doveva essere il più possibile immateriale. Così, ho cercato la forma con sottili rilievi attraversati dalla luce. L’emozione più forte è stata quella di ritrovare le sue parole, che m’illudevano di colmare il vuoto della sua assenza. Da frammenti delle sue poesie sono ispirate alcune delle “Diafane presenze”.

Le sue opere, perfetto equilibrio tra luce e trasparenza, invitano al viaggio e stimolano l’immaginazione. Lei ha il dono di creare un universo onirico fatto di tanta leggerezza anche con materiali come il legno che in apparenza non ci si presterebbero. Ci vuole raccontare come elabora le sue sculture? Si lascia guidare dall’opera oppure ha un’idea iniziale ben definita?

Negli anni in cui affrontavo grandi tronchi di cirmolo, era necessario avere le idee chiare sul da farsi: un progetto, un bozzetto in creta e da questo i disegni o meglio le sagome in scala reale, per iniziare a sgrossare con decisione. Poi, man mano, il lungo battere del mazzuolo su sgorbie dalle affilate lame di diverse curvature, fino alla levigatura finale. Il legno, come il marmo, si scolpisce per sottrazione e non è possibile tornare sui propri passi. Ho usato anche la terra creta, ma per cuocerla e farla diventare terracotta ho dovuto sempre approfittare del forno di amici artisti. Questa materia, fin dall’argilla povera del Po, è reperibile molto più facilmente e infatti è molto più frequente il suo uso nella tradizione locale. Ma il cirmolo o il tiglio, legni privilegiati per la scultura, sono un’emozionante materia viva, che emana profumo anche dopo tanti anni.
Per iniziare un progetto devo confessare che ho bisogno di un punto di partenza. Un invito, insomma uno stimolo per partire. Poi, assecondata, la fantasia si confronta con gli ostacoli della sua concretizzazione, tra passaggi di sconforto e di euforia, fino alla nascita di un nuovo lavoro. Che è un po’ come un… parto e da quel punto inizia la convivenza con una nuova creatura, che porta parte dei geni del genitore, ma ha una sua identità e avrà la sua vita distinta.

Il futuro? Ha qualche progetto?

Ho in sospeso tante iniziative che aspettano di essere riaffrontate e concluse. Penso ad alcuni video, in cui vorrei raccogliere suggestioni e storie tutte ferraresi, come negli articoli che scrivo talvolta per un bel magazine locale.
Come progetto in fieri, quello di incrementare di nuovi ritratti (in parte già scattati) “Le Muse quietanti”, un’esposizione di alcuni anni fa: trentadue coppie di artisti ferraresi fotografati nel mio studio, dopo aver allestito per ognuna un set, un contesto espressamente a loro dedicato.

Un altro sogno nel cassetto è quello di rappresentare nella realtà alcuni personaggi dei magnifici dipinti del pittore ferrarese, ma parigino d’elezione, Giovanni Boldini. Con protagonisti in abiti ed ambientazioni a quelli ispirati (che costruirò ad hoc), per poi fermare la scena in immagini fotografiche. Finora ho incontrato una deliziosa Cléo de Mérode ferrarese e questo primo ritratto spero sarà seguito in futuro da diversi altri. E’ uno stimolante, quasi eccitante divertissement. Mi approprio, a mia discolpa, della battuta di Mario Castelnuovo, sentita in una recente intervista in cui, tra le sue bellissime canzoni, si raccontava: “Gli artisti sono seri a intermittenza”.
Appena sarà finito questo terribile periodo che il mondo intero sta vivendo, parteciperò ad una esposizione a cui sono stata invitata a Norimberga, insieme ad amici artisti della Galleria del Carbone. Ci accoglierà per la seconda volta l’importante “Kreis Galerie “, un prestigioso spazio dalle vetrate infinite che si trova nel cuore della città e fa parte del grandioso Germanisches Nationalmuseum. Farò quindi nuovi lavori per questa graditissima occasione!
Ho infine nel cassetto, da tanto tempo, un’esposizione personale così ancora confusa nella forma e nel soggetto che ne rimando la gravidanza. E’ un pensiero di cui avverto a volte intensamente il profumo, come quando l’essenza delle cose si svela, per un attimo, finalmente libera, e prende forma. Diventando confessione di ricordi e passioni, dove il calore diventa colore. Ma il confine sottile, al peso grave del reale, si chiude, veloce. Creare è l’attimo di “ten” (ricordo questa suggestiva parola dai libri di Carlos Castaneda), dietro le porte del quotidiano. Prezioso, sfuggente, doloroso ed esaltante. Se cerco di afferrarlo si allontana, ma so che esiste. Non so per quanto ancora si nasconderà, ma sono certa che un giorno l’acciufferò…

Grazie, Stefania, per questo invito.

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Comments

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    Flavia Franceschini

    janvier 25, 2021 at 17 h 25 min
    Reply

    Grazie davvero a Lei, gentile Fabiola, per questo graditissimo commento. E ancora grazie a Stefania per avermi ospitato in questa prestigiosa rivista!

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    Fabiola Viani

    janvier 24, 2021 at 20 h 20 min
    Reply

    Un vero incanto ! Grazie per questa bellissima intervista !

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