Immaginare l’Appennino

Qualche giorno fa mi trovavo negli archivi della mairie di Cannes. Ero seduta di fronte all’organizzatrice di un’esposizione sull’emigrazione italiana in Francia, parlavo, rispondevo alle domande, la mia testimonianza veniva registrata. Ad un certo punto la persona mi ha chiesto di raccontare il luogo nel quale sono nata: « c’est comment chez vous? » ha detto. Non c’era molto tempo e non ero preparata alla domanda, così ho finito per dire le solite cose che si dicono quando non si sa cosa dire: è bello, c’è molto verde, ci sono le montagne. Niente in tutto, insomma. Più tardi, in treno, mentre tornavo a casa, ci ho ripensato, alle cose che avevo detto, e pensavo che per parlare di un luogo, raccontarlo, possiamo prendere le parti della storia, oppure quelle delle geografia o dell’archeologia. Possiamo anche prendere la parte dell’immaginazione, che è quella che vorrei privilegiare in queste righe, senza tuttavia tralasciare l’eco della storia o i preziosi sentieri della botanica, della geologia, della geografia. Mi sembra un modo per andare oltre i confini vaghi della memoria personale e non sfociare in descrizioni dal vago sapore pubblicitario.

Il luogo nel quale vorrei far parlare l’immaginazione, e in particolare l’immaginario di alcuni scrittori che quel luogo lo hanno raccontato e immaginato, il luogo nel quale sono nata anche, nel quale ho vissuto i primi vent’anni della mia vita e nel quale ritorno, a cadenza regolare, e dal quale riparto, ogni volta, a cadenza altrettanto regolare, come molti altri del resto, è un luogo che non ha un immaginario preciso, è un luogo periferico, di passaggio. È uno di quei luoghi che quando vivi all’estero arrivi a nominare solo in conversazioni che durano più di un semplice scambio di battute e dopo un’attenta geografia della diminuzione. « De quelle région êtes-vous? »: vengo dall’Emilia-Romagna, è nel centro nord dell’Italia (« ah oui, la plaine du Pô… »), da un paese non lontano da Bologna (città molto conosciuta all’estero). Se poi si chiede di precisare, allora salta fuori che sono nata a Castelnovo ne’ Monti, in provincia di Reggio Emilia, nell’Appennino Reggiano, quell’Appennino che sborda in Toscana diventando appunto Tosco-Emiliano. Che è tutta un’altra cosa dalla Grande Pianura. È Appennino. E l’Appennino è una terra di mezzo (nella macro-geografia italiana, non essendo né Alpi né pianura) e allo stesso tempo è una terra alta, è montagna, per tutti quelli che ci vivono e per tutti quelli che la guardano dalla pianura.

Già Tito Livio nelle « Historie » chiamava gli abitanti di questi luoghi i « montani ». Gli abitanti dell’epoca erano i Liguri Friniati, una popolazione che, insieme ad altre tribù, quelle degli Apuani, issati di fronte agli Appennini, sulle alte cime marittime che oggi chiamiamo appunto Alpi Apuane, resisterà per oltre vent’anni all’attacco delle truppe Romane. Tra il 187 e il 175 a.c. il console Marco Emilio Lepido (fondatore delle tre città emiliane Parma, Modena e Reggio Emilia e realizzatore della via Emilia, la strada che collega Piacenza a Rimini) organizza le offensive che porteranno all’accerchiamento sempre più serrato e infine alla resa di queste popolazioni che non volevano scendere a patti con i cittadini romani. I romani avevano necessità di conquistare queste terre per poter collegare la Pianura Padana al mar ligure, riusciranno nell’impresa e apriranno così vie di comunicazione e strade, facendo di questi luoghi dei luoghi di attraversamento. Per secoli l’Appennino sarà terra di mercanti, cavalieri, pastori, che ne attraversano i valloni, i canaloni e le valli, chiamate appunto Valli dei Cavalieri, per andare da Parma o da Reggio Emilia in Lunigiana o in Garfagnana. Sembra che lo stesso Dante Alighieri andando da Padova alla Lunigiana si sia imbattuto da queste parti in una montagna dall’aspetto particolare, la Pietra di Bismantova, uno stretto altopiano dalle pareti verticali e dalla variegata formazione geologica, e che questo monte, che forse è lo stesso che si ritrova nel IV Canto del Purgatorio, gli abbia ispirato proprio la montagna del Purgatorio: « Vassi in Sanleo e discendesi in Noli,/ montasi su in Bismantova e ’n Cacume/ con esso i piè; ma qui convien ch’om voli »1.

È proprio in queste Valli dei Cavalieri che Raffaele Crovi, scrittore d’Appennino, ambientò alcuni dei suoi romanzi più belli ricostruendo la storia di questi luoghi, raccontandone la vita contadina, immobile per secoli, i paesi immutati fin oltre al secondo dopoguerra, e facendone un teatro ariostesco di personaggi che amava chiamare « terragni », a sottolinearne il legame con la terra, con il paesaggio, con il luogo.

Luogo di passaggio dunque, l’Appennino, e cos’altro? Mentre è facile oggi immaginare la Grande Pianura – lo possiamo fare attraverso le fotografie nebbiose e geometriche di Luigi Ghirri, le passeggiate sul grande fiume e i racconti di Gianni Celati, i personaggi lunatici di Ermanno Cavazzoni o le immagini dei film di Fellini, (solo per citarne alcuni, ma i libri e le opere sulla Pianura sono numerosissimi) – più difficile rimane immaginare questi luoghi che tutto sommato restano ancora impervi e poco frequentati dal punto di vista dell’immaginario.

Non sono molti gli autori che ci possono aiutare a viaggiare in questi territori boschivi di fitti castagneti, querce, faggi e abeti, territori cosparsi di piccoli paesi, corti medievali di matildica memoria, fiumi, torrenti, strade strette e in salita dove le corriere arrancano ogni giorno e cime montuose che in inverno si coprono di una neve asciutta e in primavera ritrovano un cielo che cigola di rondini. L’Appennino resta sempre un po’ in ombra, un po’ come amava restare in ombra un altro scrittore di queste parti, Silvio d’Arzo, nome de plume di Ezio Comparoni, che ci ha lasciato nei suoi romanzi e racconti atmosfere dure e fredde come i panni che stendeva la vecchia Zelinda in « Casa d’altri ». La vita dura, apatica e spopolata in un qualsiasi paese di montagna viene racchiusa in due personaggi e poche pagine che diventano un dialogo esistenziale fatto di domande che, nel buio della sera, rimangono senza risposta. Le attese magiche del funambolo alla locanda del Buon Corsiero o i pugni sul tavolo sbattuti a vuoto da Marek-vedovo e compagni ne L’osteria rimandano ad atmosfere inquiete e presentimenti scoraggianti e sembrano colpire tutti coloro che vivono questi luoghi che paiono remotissimi.

Vorrei concludere questa breve e incompleta carrellata di immaginari appenninici dalla parte di un altro versante, l’appennino modenese, ai piedi del Monte Cimone, con una nota di aperta immaginazione che troviamo in un libro recente intitolato « L’oro del mondo » di Matteo Meschiari. Meschiari, da tempo impegnato in una ricerca interessantissima sull’immaginario ai tempi dell’Antropocene ambienta il suo racconto in un Appennino sinestetico, del quale raccoglie odori, suoni e colori e nel quale Libera, una bambina senza una mano abbandonata nei boschi, incontra l’Uomo-Somaro, ciuco di Annibale prima e di Matilde poi, il quale la aspetta da novecentocinquant’anni per affidarle un’importante missione: ritrovare il Mezzo-Patriarca perduto e salvare così queste terre alte dall’oblio.

La vita del dopo dunque, cosa troveranno le popolazioni perdute che continueranno ad attraversare questi luoghi in un mondo che sarà completamente altro, irriconoscibile forse, un mondo post-antropocenico per il quale sarà utile lasciare tracce? È questa la grande sfida dell’immaginario oggi, lasciare tracce per il dopo, lasciare in eredità quello che conosciamo, dalle specie viventi al sentire degli umani, creare nuove mitologie, imparare a fare calchi sulla neve asciutta, riallacciare legami, ritornare in questi luoghi per lasciarli in eredità ai nuovi nati.

Elisa Veronesi

1Dante Alighieri, « La Divina Commedia« , Milano, Hoepli, XXI edizione, 2000, pag.327

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  • Elisabeth fabre groelly

    janvier 29, 2022 at 7 h 58 min
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  • Pablo Carosella

    juillet 23, 2021 at 9 h 43 min
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    Super interesting article! You made us visit the place, and place ourselves there, only by your description and your iamgination. Great job!

  • Roberta

    juillet 13, 2021 at 16 h 31 min
    Reply

    Ho sempre pensato che avresti volato alto🏆😘

    • Elisa Veronesi
      to Roberta

      septembre 10, 2021 at 20 h 49 min
      Reply

      Grazie Pablo! Sono contenta che ti sia piaciuto l'articolo!

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