“CASADEI EST MORT”

“Schoenberg est mort” scrisse Pierre Boulez dopo la scomparsa del grande compositore viennese, lasciando intendere che il mondo musicale si trovava di fronte ad un’ulteriore svolta dopo la rivoluzione dodecafonica. La recente morte di Raoul Casadei potrebbe procurare un senso di vuoto che travalica i confini del mondo musicale e già le reazioni della stampa alla notizia lo mostrano. A onor del vero, la coppia Schoenberg-Boulez da una parte e Casadei dall’altra sono imparagonabili sul fronte della musica e del rapporto col pubblico; probabilmente lo stesso “re del liscio” riderebbe di gusto se si tirasse in ballo il serialismo del Novecento parlando di lui. Proprio per il grande e durevole successo di un genere musicale che sembrava mostrare tutte le premesse per rimanere chiuso in una nicchia di provincia, la morte di Casadei, ennesima vittima illustre della pandemia, segna la fine di un’epoca; ad aggiungere mestizia al dolore per la scomparsa di una persona ci sono le porte chiuse di tutte quelle balere che allietavano gli svaghi della Romagna e non solo.

Già, la Romagna. Partiamo da qui.

Lo zio di Raoul, Secondo Casadei, è diventato celebre nel mondo per aver creato “Romagna mia” nel 1954. La storia della ricezione di questo brano è quella di uno dei più sorprendenti e forse geniali fraintendimenti della cultura pop italiana. Il titolo originale era “Casetta mia” e l’atmosfera era quella del lamento di un inconsolabile emigrato, non molto dissimile dalla genovese “Ma se ghe pensu”; quest’ultima però è rimasta nei ranghi, anche a causa della durezza del dialetto di “Zena” per i non genovesi, mentre la prima ha assunto il titolo del ritornello (“Romagna mia”) e ha preso il volo, passando dallo struggimento dei poveri sradicati dal casolare al ballo del turista da spiaggia. L’ospitalità e l’allegria romagnole, che oggi diamo per scontate, non erano mai esistite prima di allora ed è sufficiente leggere gli scrittori romagnoli dell’epoca precedente per accertarsene. L’identità stessa della Romagna era abbastanza incerta, come anche i confini geografici, tanto che per fissarli c’erano voluti il contributo teorico di un ingegnere di Forlimpopoli, Emilio Rosetti, e poi quello dispotico di Mussolini; forse non è ancora finita, dato che pochi anni fa sei comuni della Valmarecchia sono passati in Romagna e la partita sembra ancora aperta nella sfuggente e fascinosa Comacchio.

Cos’è successo? Semplice: dal 1954 in poi la Romagna, che è in realtà molto altro, è diventata l’archetipo del turismo balneare di massa e la lacrimevole canzone si è trasformata in un modello di giovialità vacanziera, venendo spesso scambiata per repertorio folkloristico. Dal 1973 fa coppia fissa con “Ciao, mare”, uno dei più trionfali successi di Raoul. L’Orchestra Casadei continua a vivere in Mirko, figlio di Raoul, e c’è da credere che riprenderà un’attività intensissima quando torneranno le feste e le sale da ballo, perché le discoteche in Romagna ormai non esistono più, mentre le scuole e le orchestre di liscio resistono. Ma ora che Secondo e Raoul sono scomparsi, “Romagna mia” potrebbe – o forse dovrebbe – essere consegnata alla storia, quella di un’Italia che per chiudere con sicurezza il capitolo della miseria e della guerra aveva voluto riconoscersi negli ombrelloni di Rimini e che chiedeva alla Romagna svaghi, spensieratezza, fantasia. Nelle canzoni di Casadei, più ancora che nella poesia di Pascoli, un criminale sociopatico come il Passatore era diventato una sorta di Robin Hood tombeur de femmes. L’esplosione del cemento sulla costa, condannata da un poeta romagnolo ormai dimenticato come Aldo Spallicci, avrebbe sedotto anche la stampa degli anni Ottanta con il nome di “divertimentificio” e il modello Rimini, fino ai recenti lockdown, ha continuato ad attrarre milioni di turisti con le sue “Notti rosa”.

Nel bene e nel male, “Romagna mia” rappresenta un tratto del cammino del Paese e un’identità più italiana che romagnola, anche se molti in Romagna considerano questa canzone una sorta di loro inno. Un marchio identitario testimoniato anche dal monumento eretto in una rotatoria tra Sant’Angelo di Gatteo, Sala e Fiumicino, per dare un senso e un segno di riconoscimento ad una delle zone più anonime della Romagna, malamente urbanizzata come e più della costa. Due icone pop, Romagna e “Romagna mia”, che si sono abbracciate per decenni sorridendo ai bagnanti e ai consumatori di piadine, magari al ritmo delle fruste degli “sciucarèn”, e che adesso lo fanno versando lacrime di nostalgia per la morte di un loro illustre ambasciatore.

Michele Borsatti

1 comments
10 likes
Prev post: Le jour où je suis né, on m’a parlé en dialecteNext post: L’ultima Fuga di Bach

Related posts

Comments

  • Fabiola Viani

    mars 20, 2021 at 17 h 36 min
    Reply

    Raul Casadei rappresenta tutto lo spirito di una generazione. I miei adoravano ballare sulla sua musica. Era musica popolare nel più alto senso del termine […] Read MoreRaul Casadei rappresenta tutto lo spirito di una generazione. I miei adoravano ballare sulla sua musica. Era musica popolare nel più alto senso del termine ! Read Less

Leave a Reply

Votre adresse e-mail ne sera pas publiée. Les champs obligatoires sont indiqués avec *