Intervista a Daniele Bosi, fondatore e direttore editoriale di POLARIS

Daniele Bosi è il fondatore e il direttore editoriale di POLARIS, una casa editrice italiana che si dedica, ormai da oltre trent’anni, al mondo del viaggio e della narrativa di viaggio. L’abbiamo raggiunto telefonicamente a Faenza, dove ha sede Polaris.

Ci racconta la storia di Polaris e la sua evoluzione lungo l’arco di questi tre decenni?

In realtà, nei primissimi tempi, la Polaris si dedicava soprattutto all’editoria specializzata nel settore dell’elettronica di consumo: televisori, videoregistratori, impianti satellitari. Volumi dedicati essenzialmente a installatori e riparatori. I libri legati al viaggio nacquero per un piacere personale, una sorta di divertissement che alleggeriva la freddezza del nostro impegno professionale principale. In un breve periodo, però, sia per le mutate condizioni del settore elettronico, sia per i crescenti apprezzamenti riscossi dalle nostre prime guide di viaggio, l’attività della casa editrice si spostò decisamente su queste ultime che, dopo qualche anno, costituirono la nostra esclusiva attività editoriale. Siamo nati con titoli che potremmo definire difficili. Ricordo ancora il nostro tavolo alla prima fiera del settore turistico cui partecipammo: era il 1998 e la manifestazione si chiamava Outis, al Palazzo delle Stelline di Milano. In bella vista c’erano: “Dal Mediterraneo al Niger” (guida/resoconto di un viaggio attraverso il Sahara); “Libia del Sud Ovest”, “Libia del Sud Est”, “Libia mediterranea e romana”, “Sud Marocco, Sahara Occidentale e Nord Mauritania” (guide); “Libia, arte rupestre del Sahara” (resoconto di una spedizione archeologica del Prof. Fabrizio Mori in Acacus). Interesse del pubblico, anche un certo stupore, e capimmo che il percorso era tracciato. Per un certo numero di anni l’Africa e il Medio Oriente furono il nostro “territorio editoriale” che ci fece conoscere e ci permise di conquistare la nostra nicchia di affezionati lettori. Poi, per forza di cose, non esclusa anche l’instabilità socio-politica di certi paesi, il nostro orizzonte si è allargato e ora, a distanza di 22 anni da quella fiera, oltre centosettanta titoli coprono tutti i continenti.

Le Guide Polaris sono caratterizzate dalla forte personalizzazione dell’esperienza di viaggio. Gli autori raccontano una nazione, una terra, dopo averla vissuta, attraversata; l’hanno conosciuta e rielaborano le impressioni del proprio viaggio, le emozioni. Possiamo parlare, nel vostro caso, di prevalenza della narrazione, rispetto alla mera descrizione, caratteristica di altre guide?

Siamo nati con titoli che nascevano da reali esperienze di viaggio. Viaggi veri, non dissimili da quelli che si compivano nei primi cinquant’anni del Novecento. Si raggiungeva il punto di partenza in aereo anziché in nave, ma lo svolgimento del percorso non aveva differenze. Il tempo impiegato era quello necessario, i contrattempi la normalità, l’interazione con le popolazioni incontrate una necessità per dare senso al viaggio. Emozioni, sensazioni, descrizioni entravano ogni sera nei diari di questi viaggiatori che solo in pochi casi erano professionisti della scrittura. Questo è stato il motivo conduttore con cui abbiamo cercato di caratterizzare i nostri titoli. Non è facile trovare autori con queste caratteristiche. Ancora più difficile – oggi quasi impossibile – trovare i viandanti che tornano dopo qualche mese con i taccuini pieni di appunti. Ci sono però bravissimi viaggiatori che amano certi paesi e li visitano decine e decine di volte arrivando a conoscerli meglio del loro borgo natio oppure, e questo è stato un nostro passaggio successivo, italiani che abitano all’estero e, o per professione, o per piacere personale, hanno approfondito la conoscenza di quel caleidoscopio di aspetti che costituiscono l’essenza delle nostre guide. Vivere un paese, questo è il requisito fondamentale per chi scrive una nostra guida. E, naturalmente, avere la capacità di trasmettere le proprie emozioni ai lettori.

In questi trent’anni il concetto di viaggio è mutato radicalmente. I viaggiatori hanno acquisito una maggior consapevolezza relativa ai luoghi, alle situazioni socio-economiche e politiche della nazione che si apprestano a visitare; attualmente, potendo fruire della moltitudine di informazioni presenti sul web, un luogo, una destinazione li si può incontrare virtualmente molto tempo prima di partire. Qual è, oggi, il significato di una guida scritta, di un libro che sia oggetto fisico e non digitale?

Questa è una domanda difficile… Prima di tutto perché, personalmente, sono nato con i libri di carta e ho sempre vissuto con i libri di carta sia per piacere personale sia professionalmente. Capisco però i grandi vantaggi che il web e l’editoria digitale hanno portato al settore turistico. Le informazioni pratiche per un viaggio, gli aggiornamenti veloci sulla situazione socio-politica di un paese, le notizie dell’ultima ora, come è il caso attuale della pandemia di Covid-19, possono essere verificati solo su internet. Viaggiare con una guida “informativa” digitale consente di scegliere in tempo reale l’albergo dove alloggiare, e il link diretto all’indirizzo email o al numero telefonico permette di stabilire immediatamente un contatto. Non è però il caso delle nostre guide. Come dicevo prima, noi cerchiamo di trasmettere al lettore le sensazioni che si può vivere visitando un paese e non ritengo – forse erroneamente – che un supporto digitale come un tablet o, peggio, uno smartphone siano in grado di coinvolgere come solo la pagina di carta può fare. La guida la leggi a letto prima di partire, annoti a matita sul bordo delle pagine, “fai le orecchie” nei punti salienti (“orrore!” direbbero molti). La riprendi in mano in viaggio, consulti ciò che hai evidenziato e puoi nuovamente tormentarla. Insomma il libro lo vivi e con esso il suo contenuto. Senza arrivare all’eccesso di un amico che strappava le pagine non di suo interesse…

Può, un viaggio, iniziare prima di essere compiuto? Sono, l’inizio e la fine di un cammino, vincolati alle date di partenza e ritorno o, al contrario, il viaggio inizia leggendo la narrazione di un luogo, immaginandolo?

Un viaggio inizia sempre nel preciso momento in cui si accende quel primo pensiero che dice “avrei voglia di andare in…”. Da quel momento, se il viaggiare rappresenta un valore importante della vita, inizia il cammino. E nella maggior parte dei casi quel momento coincide con l’acquisto di una o più guide, di una narrazione di esperienze altrui, di un libro fotografico. Sui libri il viaggio viene immaginato, prende forma, in un certo senso si è già partiti. La preparazione del viaggio, lo studio del paese, della popolazione sono essi stessi parte del viaggio così come, dopo il ritorno, il riordino degli appunti o dei materiali raccolti o delle fotografie scattate.

Polaris ha numerose collane, dedicate a segmenti specifici – guide, archeologia, reportage, narrativa di viaggio – e propone un’offerta editoriale ampia e variegata. Esiste la categoria antropologica del “lettore Polaris”? Quali sono le esigenze, le attese di chi vi segue da tanti anni?

Siamo nati, come dicevo, con una nicchia di lettori che apprezzavano un certo taglio editoriale: poche concessioni alle cosiddette informazioni pratiche, ma scoperta e approfondimento di tutti quegli aspetti che costituiscono le realtà più intrinseche di un paese. Quando abbiamo affiancato alle guide altre collane editoriali, comunque sempre legate al concetto di osservare e conoscere ciò che è fuori dal nostro orizzonte quotidiano, questa filosofia editoriale non è stata tradita e caratterizza ogni nostro titolo. Di conseguenza potrei definire il “lettore Polaris” come una persona curiosa, desiderosa di approfondire la conoscenza del paese che visiterà o che lo interessa (il viaggio, in certi casi, può essere un elemento secondario) e che cerca nelle nostre guide o nei nostri libri una sorta di compendio, di saperi ma anche emozionale, di mondi a lui sconosciuti o a lui cari.

Trattandosi di un’editoria di nicchia, presumo che il rapporto con le librerie di viaggio – in Italia ne esistono poche, rispetto ad altre nazioni – sia per voi fondamentale. Può parlarci di questa sinergia specializzata tra editore e librerie di viaggio presenti sul territorio?

Purtroppo in questi trent’anni di attività abbiamo visto la chiusura di un gran numero di librerie indipendenti e, tra queste, di molte librerie specializzate nel viaggio. In realtà le cosiddette librerie di viaggio sono erroneamente associate al solo settore dei viaggi. Sui loro scaffali trovi opere che riguardano la geografia, la storia, l’etnografia, l’archeologia, le scienze naturali, le emergenze ambientali. Insomma tutta una serie di materie che riguardano – o dovrebbero riguardare – tutto ciò che si trova al di là della porta di casa nostra o del nostro ufficio. Da qualche decina d’anni alcune di queste sono discipline derelitte (si pensi allo scempio dell’abolizione dell’insegnamento della geografia nelle scuole), altre sono campo di pochi appassionati. Se a ciò si aggiungono i problemi causati dall’editoria digitale, ben si comprende la difficoltà incontrata in questi anni dalle librerie di viaggio. Le poche ancora rimaste rappresentano per un editore come Polaris il tramite più immediato verso i lettori e una cassa di risonanza fondamentale per i nostri titoli. Il libraio conosce perfettamente le caratteristiche dei libri o delle guide che ospita sui suoi scaffali e in molti casi è al corrente dei gusti o delle necessità del cliente che si rivolge a lui per un consiglio. Queste librerie sono inoltre il “salotto buono” in cui presentare i libri: si è sicuri che il pubblico che interviene all’evento non è occasionale, di passaggio, ma motivato o, come si dice oggi, fidelizzato. Si fida, cioè, del suo libraio e della proposta culturale che ha organizzato, e si crea in tal modo un circolo virtuoso tra editore, libraio e lettore.

Simposio Italiano dedica molto spazio alla letteratura e al linguaggio. Esiste, a suo parere, un linguaggio del paesaggio? Quali sono gli strumenti per coglierne le voci?

Siamo abituati a considerare il paesaggio come un elemento visivo fondamentalmente estraneo alla nostra persona. Paesaggio è ciò che vediamo e, a volte, anche sentiamo (il mare, il traffico, ecc.), ponendoci al di fuori di ciò che percepiamo. Abbiamo difficoltà a entrare in sintonia con ciò che ci circonda se non per puri motivi estetici. Un deserto di dune tra rocce aguzze davanti ai nostri occhi, che corre verso l’infinito in tonalità che sfumano dall’ocra in primo piano al grigio-azzurro dell’orizzonte, è sicuramente un’immagine di grande fascino e una buona penna può efficacemente trasmetterne le emozioni. Ma quello che manca è l’anima del deserto: le foreste che ospitava millenni orsono, gli animali che pascolavano e le tribù che li cacciavano. I segni che quegli uomini hanno lasciato sulla roccia, graffiti e disegni che si sono sovrapposti nel corso degli anni quando l’ultimo è forse di pochi mesi fa. E poi i segni di un passato così attuale che possiamo definire presente: tracce di un’umanità in cammino, alla ricerca di una vita diversa per creare nuove comunità. Ecco, per cogliere le voci di un paesaggio, se non ci si vuole fermare alla semplice ammirazione del bello, non si può prescindere dall’uomo e dalla sua attitudine a integrarsi con il mondo che abita: homo faber che trasforma, a volte sfrutta, ma, molto più semplicemente, vive in un luogo che per noi che viaggiamo è spesso semplicemente un paesaggio.

Le vostra guide sono state spesso associate ad un modo diverso di concepire il viaggio, inteso come cammino esperienziale. Leggere, o rileggere una pagina relativa ad un luogo, scritta da chi là è già passato, può avvenire prima, durante o dopo la nostra visita: è un modo di concepire il viaggio non come un segmento definito, ma come un’esperienza infinita, nella quale ogni istante ha un proprio valore e può venire recuperato, rielaborato. Possiamo quindi dire che, da molti anni, Polaris promuove un modo diverso di viaggiare, approcciare e visitare un luogo, una destinazione?

Certamente. Mi rifaccio a quanto detto prima relativamente alla categoria antropologica del lettore Polaris. Il “nostro” viaggio, quello che esce dalle nostre pagine, deve tendere essenzialmente alla scoperta. Nulla a che fare con le esplorazioni… Anche il mondo rurale di un piccolo borgo del nostro Appennino in cui i ritmi quotidiani vengono ripetuti da generazioni, può costituire un’esperienza indimenticabile per il viaggiatore curioso e in cerca della innumerevoli sfaccettature delle società umane. Con ciò non denigriamo la vacanza mordi e fuggi, tutt’altro. Purtroppo per molti il tempo a disposizione è poco, il trasferimento alla destinazione stabilita è quanto più veloce possibile. L’importante è cogliere nel luogo che si è scelto come meta tutte le atmosfere di un mondo che non ci appartiene. Per usare una abusatissima frase di Proust “Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”.

L’editoria indipendente sta attraversando uno dei periodi più complicati e difficili degli ultimi decenni. L’attuale crisi globale ha generato molti timori tra i viaggiatori – in primis la paura dell’ignoto e della lontananza, aspetti che, fino a pochi mesi fa, costituivano, al contrario, attrazione e richiamo. La distanza, misurata fino a pochi mesi fa in ore di volo, ora viene calcolata in rischio, ansia per la propria incolumità e salute. Come, questo cambio di paradigma, sta influendo sulla vostra programmazione editoriale?

Paradossalmente, la facilità con cui oggi è possibile organizzare un viaggio in qualsiasi angolo del globo è direttamente proporzionale al senso di insicurezza che si prova uscendo dal proprio ambiente. Si prova ammirazione per chi racconta itinerari compiuti pochi decenni fa, magari attraversando l’Asia con una utilitaria sulle tracce di Barzini, o seguendo la pista Bidon 5 attraverso il Sahara con un camper fuoristrada e leggendo i loro resoconti da cui traspare tutta la bellezza di questi viaggi e l’assoluta tranquillità con cui si sono svolti. Oggettivamente, ora molti di questi percorsi sono improponibili se non con assurde deviazioni dai tracciati originali o con la compagnia deprimente di scorte armate. Il problema è però questo senso di insicurezza e di ansia che accompagna anche chi viaggerebbe in aree tranquille, senza problemi apparenti, e molti rinunciano o ripiegano su soluzioni in cui il benessere psicofisico sia assolutamente garantito.
Non per questo la Polaris ha abbandonato la sua linea editoriale tradizionale. Continuiamo a pubblicare guide di paesi che, nell’immaginario di molti, sono da considerare a rischio, ma evitando ovviamente i titoli che riguardano paesi in guerra o con forti tensioni sociali che potrebbero avere sviluppi negativi improvvisi. D’altra parte è ovvio che la situazione sanitaria degli ultimi mesi ci ha pesantemente condizionato e, in questo caso, abbiamo rinviato una serie di pubblicazioni che riguardavano paesi verso i quali sono sospesi i voli aerei, o da cui non si può rientrare senza assoggettarsi a una quarantena precauzionale. Questo ci è servito per mettere in cantiere una serie di proposte che riguardano l’Italia, una destinazione che è sempre stata del tutto secondaria nella nostra programmazione.

Intervista realizzata da Corrado Passi

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