Siena e la melodia della pietra

La contrada dell’Istrice è una delle diciassette contrade in cui è suddivisa la città di Siena. Vi si accede attraverso l’antica e ben fortificata porta Camollia che, secondo la leggenda, deve il nome al condottiero Camullio sollecitato da Romolo per catturare i nipoti Aschio e Senio fuggiti da Roma e diretti verso l’Etruria.

È qui che abito da alcuni giorni più che mai convinta che, per conoscere appieno un luogo, bisogna viverlo, rimanere a contatto con gli abitanti, evitare le orde di turisti che si accalcano nelle strade principali oppure davanti ai monumenti più importanti. Tuttavia, uno di questi giorni, dovrò pure decidermi a mettermi in fila per visistare il Palazzo Pubblico, il Duomo e altri grandi monumenti perché i miei ricordi risalgono ormai a tempi molto lontani, ma sarà per più tardi. Per il momento, voglio impregnarmi del mistero di questa città, « delle sue strade, strette, curve, girate le une sulle altre, a forma di spirale o di chiocciola » come ebbe a dire lo scrittore Guido Piovene nel corso di un’importante trasmissione radiofonica che raccontava l’Italia e che era stata realizzata per la Rai all’inizio degli anni ‘50.

Sono strade in cui la pietra, rimasta intatta nel tempo, incornicia le edicole disseminate lungo la città. Archi e volte aprono su vecchie botteghe dove mani instancabili modellano e scolpiscono, perpretando con lentezza e precisione la storia e le tradizioni di una città che ha resistito alla globalizzazione mantenendo un carattere fortemente identitario che la contraddistingue nel mondo. Stradine tortuose che sembrano portare da nessuna parte sfociano su vicoletti brulicanti di vita mentre altre su piccole piazze dove troneggiano palazzi monumentali oggi sede di uffici, banche e musei a testimonianza della ricchezza e dello splendore della città. I portoni delle abitazioni sono chiusi quasi a voler sbarrare lo sguardo intrusivo dei passanti che osservano le volte in pietra, gli stemmi nobiliari e i battenti finemente fogiati dall’artigianato locale. Attimi di vita gelosamente custoditi dietro gli spessi vetri che lo sguardo curioso del visitatore non riuscirà mai a carpire. Vetri impreziositi dal riflesso di giornate che lentamente scivolano via lasciando che le luci naturali si confondano con quelle soffuse delle piccole trattorie che si preparano ad accogliere i clienti per la cena.

La mattina presto i miei passi si confondono con quelli frettolosi delle signore uscite a far gli acquisti della giornata. Le bancarelle del mercato sono colme di primizie e le sporte lentamente si riempiono. Così, quando il sole è già alto , lascio che loro rincasino mentre io mi inoltro in uno degli orti a ridosso di Piazza del Campo e a pochi passi dalla contrada della Giraffa, certa di trovare ristoro tra i viali alberati, i viottoli e le panchine, dove lo sguardo spazia e abbraccia la campagna circostante.

Siena è una città che al visitatore domanda solo un po’ di pazienza e tanta curiosità. Spingersi oltre portoni aperti può serbare piacevoli sorprese e trasformare una sosta, anche breve, in una bella ricompensa. È quello che ho provato quando ho scoperto l’elegante cortile di uno dei palazzi più belli della città : palazzo Chigi Saracini, oggi sede della prestigiosa Accademia Musicale Chigiana. Mi sono accomodata a uno dei tavolini del ChigianArtCafé e ho ammirato le bellezze architettoniche del luogo lasciandomi cullare dalle note malinconiche del grande jazz americano.

A Siena, la musica si respira a 360 gradi. C’è quella della lingua che nel ‘700 Giacomo Casanova definiva « delicata, più abbondante, più graziosa e più energica di quella fiorentina » e che oggi attira studenti di ogni parte del mondo desiderosi di migliorare le proprie conoscenze. E poi c’è quella degli strumenti e delle voci degli artisti dell’Accademia Chigiana che in estate, da luglio ad agosto, propone un ricco programma musicale in vari luoghi della città e della Fondazione Jazz, nata negli anni ‘70 per la diffusione e la valorizzazione di questo genere musicale e delle sue numerose derivazioni.

La scuola, che accoglie studenti in provenienza dall’Italia ma anche da altre parti del mondo, si trova all’interno di un luogo simbolo del passato militare della città, la Fortezza Medicea. Fatta costruire da Cosimo I nel 1561 sullo stesso luogo in cui sorgeva un forte (La Cittadella) voluto dall’imperatore Carlo V per assoggettare la Repubblica, l’edificio fu utilizzato per sedare ogni forma di rivolta dei senesi fino alla fine del XVIII secolo quando il granduca Pietro Leopoldo ne ordinò la smilitarizzazione. Oggi è un luogo piacevole dove si può apprezzare un panorama mozzafiato, assistere a concerti, passeggiare lungo tutto il perimetro murario o riposare all’ombra dei viali alberati. E così, alcune mattine, vengo qui a chiacchierare con la signora Carla che porta a spasso il suo cane e mi racconta come si preparano i pici  per i quali vado matta. « Non ci vol molto, sa ! Basta tirar bene la pasta ». « Certo, certo » le rispondo io che non sono ancora riuscita a dirle che prima di rincasare mi fermo dal pizzicagnolo sotto casa che li fa tanto buoni e me ne faccio confezionare una bella porzione da portar su in cucina per il pranzo. Qualche volta, io e la signora Carla ci andiamo a sedere su una delle panchine vicino alle finestre della scuola che in estate rimangono aperte. « La musica piace al mio Yuri », mi dice e noi ce ne stiamo così, assorte, fino a quando risuonano gli ultimi accordi, le finestre si chiudono, Yuri si alza e Carla esclama : « So proprio bravi sti figlioli eh « ! « Si che sono bravi » penso io che la sera, da quando sono qui, non mi sono persa nessuno dei concerti e delle jams session organizzati dalla scuola. Percorsi che si snodano lungo le piazze e le contrade in un dialogo costante e intenso coi luoghi scelti. Un viaggio nella profondità della musica, perfetto trait d’union con l’anima pulsante di una città che dell’arte ne ha fatto i propri capisaldi. Purtroppo beghe sterili e interessi politici a volte scalfiscono quanto di bello si riesce a creare e la scuola, questa bellissima realtà artistica, oggi attraversa una fase un po’ complicata dalla quale speriamo ne esca fuori presto.

Allora, con questo augurio e prendendo a prestito una frase di Mahatma Gandhi concludo una pagina del mio breve « carnet de voyage » di un’estate anomala ma indimenticabile :

« La cultura di una nazione risiede nei cuori e nell’anima della sua gente ».

Stefania Graziano

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