‘La città del cordoglio’, un romanzo che porta in superficie desideri e paure

Frank Iodice in questo romanzo, « La città del Cordoglio », ha raggiunto una notevole maturità espressiva, con la quale crea incontri tra mondi eterogenei, ma simili, tra Francia e Italia, tra solitudine e coralità eccessiva, tra sobborghi opprimenti e distese marine. A fare da sottofondo c’è la voce di un popolo sofferente, che non si può zittire, perché transita da una generazione all’altra, senza mai smettere di raccontare. Tutto ciò pone il lettore in una dimensione sospesa fino all’ultima pagina e lo induce a fare i conti con la propria storia.

Foto di copertina: Bill Perlmutter 1956 « Welcome to Bremerhaven »

In questo romanzo ci sono tempi narrativi capaci di liberare il lettore dalle paludi quotidiane e condurlo verso le altezze dell’arte, dove occorre attendere che la vita si compia con lentezza, con o senza la consueta appercezione.
Sappiamo bene che ogni giorno impariamo qualcosa, ma a volte lo dimentichiamo, e continuiamo a vivere distrattamente. Con la narrazione forte, diretta, realista, ma non troppo, perché si nasconde tra le righe una profonda elaborazione onirica surrealista, Frank Iodice, da buon ragazzo di periferia, col cervello nella metropoli, col cuore nei luoghi dei derelitti, ci induce in tentazione e ci libera dal male: ci convince che l’esistenza di un solo uomo vale quanto quella dell’intero genere umano, e che da ognuno possiamo imparare qualcosa.
Nelle viscere di una Napoli invivibile e sovvertita, si nasconde la radura di una infernale memoria, una sorta di inconscio collettivo, sulla quale si innalzano monoliti, non soggetti a erosione. Sono frutto e tracce della violenza, delle parole segnanti.
La città diventa una Matrioska e aprendo i vari strati si giunge al seme, rappresentato dal protagonista del romanzo. Un uomo ancora ragazzo come l’autore, capace di frequentare l’inferno di locali fumosi, bordelli, bettole, tra palazzi anneriti dal tempo, senza che il suo animo ne resti contaminato o mondato della sua straordinaria ingenuità. Ci si perde in queste ombre, ma ci si ritrova. A far saltare per aria le certezze, inoculate da una « educazione » conformista, ci pensa la parola, quella espressa con forza e quella taciuta.
La narrazione di Iodice, il suo incedere descrittivo e laconico, a volte generoso di parole, ma solo dove è necessario, interroga la coscienza del lettore e la conduce su un piano desertico. Lì lo abbandona in compagnia del protagonista. Con lui lo lascia per tutto il tempo della lettura e con lui lo riporta sulle vette della memoria. Iodice ci dice, senza alcun intento didascalico, che la violenza distrugge e la vita non fa sconti a nessuno. Ninù, il protagonista, è un solitario che non teme la vita, perché la affronta come può e come sa, ma la affronta, a volte anche con la fuga. Ad aiutarlo con l’ironia ci pensa l’autore, che è presente nella narrazione in modo discreto e necessario. Ninù è in fuga tra i sobborghi fisici e mentali in un dedalo di strettoie e bilanci mai fatti, ma sempre tentati. Si muove con difficoltà in una città che diviene l’unica reale antagonista del romanzo, nel tentativo di recuperare un piano ideale in cui continuare a vivere, nonostante tutto. La parola poetica di Iodice, che si avvale del linguaggio popolare e lo trasforma in un dire profondo, nel senso letterale del termine, libera l’animo del protagonista e del lettore, perché sconfina nell’inconscio e porta in superficie, come ogni opera letteraria di valore, desideri e paure.
In questo libro, « anche il pianto è una reminiscenza », perché porta in superficie l’angoscia. Per realizzare questo, l’autore usa espedienti narrativi e figure di grande effetto, come gli oggetti che prendono vita, che ricordano gli orologi nei quadri di Dalì: « il citofono suonò con l’ingenuità di un bambino che entra in una casa senza sapere chi ci vive. Per il bambino non fa differenza, corre dentro e urla, annuncia il suo arrivo entusiasta e pieno di gioia ».
« La città del cordoglio » nasconde nel titolo un sostantivo che è anche un nome. Perché Iodice sa bene che nomen omen est. In ogni nome c’è un destino, anche in quello del lettore di questo avvincente romanzo, intriso di ombre e folgoranti illuminazioni. La narrazione dinamica induce il lettore a soffermarsi sulla propria identità, quindi sul proprio nome e ciò che nasconde.
Ci sono libri che non lasciano traccia, ma solo qualche ora di divertimento, ce ne sono altri, come questo, che segnano e interrogano e parlano per molto tempo a chi li ha saputi attraversare. Siamo di fronte a un libro metaforico, nel quale ogni traccia di reale, ecco il surrealismo, nasconde una dimensione onirica, inconscia: « a me buttatemi a mare, il mio cimitero sta sott’acqua. » Il mare sul quale il protagonista viaggia sempre e che lascia di rado per incursioni terrestri, non è solo acqua, ma è l’inconscio, il suo inconscio, dal quale emerge tutta la storia. Ninù, ogni tanto, « sbarca » nel tentativo di risolvere il suo complesso edipico, che a causa della tragica fine dei genitori, che apre il romanzo, sarà molto difficile da superare.
Al lettore la risposta: il finale è aperto, la logica che anima il romanzo non è aristotelica ma stoica, perché non va alla ricerca di una verità assoluta, ma di una relativa possibilità che consenta al protagonista e al lettore di continuare a vivere senza troppo dolore.
Francesco Idotta

foto Frank Iodice – crediti Fou d’Image, Annecy 2021

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