Viaggio in Alta Locride

È una di quelle giornate in cui il cielo terso, lavato da ogni impurità, si protende intrepido verso il mare fino a sposarne i contorni in un gioco armonioso di colori e di luce. All’orizzonte, lo Stromboli, imponente sui suoi solidi fianchi, veglia e guida i passi dei viaggiatori che, come noi, si avventurano su questa terra arcana baciata dal sole e da una natura ancora rude e sincera.

La strada che collega i due mari serpenta assai largamente lasciandosi a tratti inghiottire dagli antri oscuri della montagna per poi riapparire, sicura e trionfante, più a valle, dove lo sguardo si apre e spazia davanti all’immensità.

Galleggiamo sospesi nel tempo, dimentichi di un lungo viaggio, alla scoperta di luoghi intrisi di storia e di tradizioni dove passato e presente si fondono in un complesso mosaico di lingue e civilizzazioni, sopravvissute alle ingiurie del tempo. Una terra di passioni che troppo spesso la perfidia cieca di chi non merita di essere suo figlio ha gettato nell’oblio il coraggio di chi, al contrario, l’ha veramente amata. Perché, come scriveva Cesare Pavese durante il suo soggiorno forzato nel piccolo borgo di Brancaleone, vero è che  “La gente di questi paesi è di un tatto e di una cortesia che hanno una sola spiegazione: qui una volta la civiltà era greca. Persino le donne che, a vedermi disteso in un campo come un morto, dicono “Este u’ confinatu”, lo dicono e lo fanno con una tale cadenza ellenica che io mi immagino di essere Ibico e sono bello e contento…… niente è più greco di queste regioni abbandonate. I colori della campagna sono greci. Rocce gialle o rosse, verdechiaro di fichidindia e agavi, rose di leandri e gerani, a fasci dappertutto, nei campi e lungo la ferrata, e colline spelacchiate brunoliva”.

  In questa regione, forse più che altrove, bisogna lasciarsi guidare dal proprio intuito. Stradine senza indicazioni possono offrire piacevoli sorprese a chi sa essere paziente. A ridosso delle colline, campi infiniti di ulivi sembrano usciti da un quadro di Van Gogh : la luce tenue filtra attraverso le tremule foglie in un fremito di brezza autunnale e tutto attorno è una danza leggiadra di riflessi grigio argentei, stemperati nelle profondità di cieli luminosi che nuvole irrequiete minacciano in lontananza. Tronchi nodosi e attorcigliati inneggiano alla vita in un atavico slancio. La Calabria va cercata come si coglie un frutto maturo sui rami alti di un albero; se afferrarlo è difficile, il sapore intenso ne ricompensa gli sforzi.

Piccoli borghi incastonati sui versanti delle montagne o arroccati su speroni rocciosi ci ricordano un passato che oggi fa fatica a sopravvivere. Case dai muri spessi e dalle forme insolite, si aggrappano ai pendii ripidi e scoscesi per meglio adattarsi al rilievo. Sentieri che si inerpicano su per i versanti conducono a luoghi ameni dove in tempi remoti trovarono riparo asceti e anacoreti che sfuggivano  alle persecuzioni religiose. Le lunghe giornate invernali, scandite dai rintocchi delle campane, scorrono lentamente dietro le imposte accostate e gli usci sbarrati di stradine silenziose, su cui risuonano solo i passi di qualche raro passante che si affretta a rincasare, prima che il sole si congedi rispettoso.

Il tepore dell’estate riapre gli usci e ripopola le strade dei piccoli borghi che riprendono vita. Gli abitanti si mescolano ai visitatori e a chi, spinto dal richiamo delle radici, ritorna da città lontane :  luoghi che ormai ha fatto suoi, ma che non si sostituiranno mai a quelli che ha dovuto lasciare per sfuggire a una vita grama e a un futuro incerto. Bambini giocano a rincorrersi e, in qualche istante, l’austero sagrato di una chiesetta risuona di voci e si riveste di colori. Sulle soglie e sui balconi, la gente osserva e ricostruisce con la fantasia il travelling di vite mancate. Un po’ più lontano, all’ombra di una chiesa, alcuni ragazzini improvvisano una partita di calcio. Le linee sono immaginarie e un atrio fa da porta, ma la passione e l’entusiasmo non temono privazioni. Sul far della sera, molti si ritrovano sulla piazza principale per fare qualche chiacchiera o passeggiare mentre chi resta a casa si mette ai fornelli e, in qualche istante, profumi deliziosi ai quali è difficile resistere, si riversano impregnandone i vicoli.

Frutto di lunghi mesi di lavoro collettivo, le feste patronali sono il cuore pulsante di questa terra. Passioni popolari dove il sacro si mischia al profano secondo riti restauratori e terapeutici che la religione cristiana ha ereditato dalle antiche tradizioni pagane. Santi protettori che hanno preso il posto di dei antichi e nella cui venerazione si mantiene vivo il tessuto sociale di tutta una comunità. Nei giorni tanto attesi, i paesini fanno a gara per avere le luminarie più belle che andranno a decorare sontuosamente le strade e le piazze dove sfileranno le processioni, accompagnate dalle formazioni bandistiche. La grancassa annuncia la fine della celebrazione religiosa : i musicisti si raggruppano pronti a eseguire la melodia che accompagnerà l’uscita dei santi. Lunghi istanti di preparazione e poi la processione si avvia, ritmata da ottoni e cimbali che si alternano al canto dei fedeli. Percorrerà le stradine del paese, andando incontro a chi, sull’uscio, aspetta di tendere la mano per ricevere la grazia richiesta. Cammino di speranza e nenia di preghiere di una giornata che si conclude, in segno di ringraziamento, davanti ai tanto attesi fuochi pirotecnici allorché il cielo s’illumina in un turbinio di bagliori sfavillanti e i nostri sogni, anche se per pochi attimi, prendono vita.

La Locride è anche lunghe distese di sabbia, approdo, in tempi lontani, di coloni greci che, fondendosi con gli abitanti autoctoni, fecero di questi luoghi la culla della civiltà. Quel che resta di templi, di teatri e di città, sopravvissuti alle razzie degli uomini, all’erosione e ai cataclismi, deve ricordarci, ogni giorno, che la grandezza del passato dovrebbe essere un esempio per guardare avanti e non un pretesto su cui adagiarsi. Alle prime luci del giorno, gli ombrelloni, sentinelle irte su steli disseminati qua e là, si svelano intrepidi agli sguardi curiosi di chi ha bravato il sonno e le onde, infrangendosi sul bagnasciuga, compongono suoni armoniosi che si dissolvono nel silenzio. Poi, quando il sole è già alto, le spiagge lentamente si popolano. Gli ombrelloni spiegano le loro ali che raccoglieranno le confidenze di amici e conoscenti e la sabbia diventerà terreno di gioco dove risuoneranno voci gioiose e tintinnanti. Al tramonto, ognuno farà ritorno a casa, le acque si placheranno, i gabbiani prenderanno il posto dei bagnanti, le luci delle città penetreranno il buio del tempo e gli ombrelloni, chiusi e ritti sui loro steli, ritorneranno ad essere sentinelle della notte.

 “Straniero che navigando ti rechererai a Mitilene dai bei cori,

 per cogliervi il fior fiore delle grazie di Saffo,

dì che fui cara alle Muse

e la terra Locrese mi generò.

Il mio nome, ricordalo, è Nosside. Ora va!”

Stefania Graziano
Fotografie Stephane Glockner

 

0 comments
23 likes
Prev post: Pilastri e confini (il volo mancato del “Patàca”). Una bizzarra storia italiana del secolo scorsoNext post: Sve se trese (Tutto trema)

Related posts

Leave a Reply

Votre adresse e-mail ne sera pas publiée.

Ultimi articoli
Articoli più amati