Intervista a Valerio Varesi: il potere del linguaggio narrativo

Valerio Varesi, scrittore e giornalista, ampliamente noto ai lettori italiani e anche francesi – già tradotto e pubblicato dall’editore Agullo, e definito da Le Figaro come il Simenon italiano – continua a sorprenderci con prove stilisticamente elevate, in “noir sociali”. È il caso del suo L’ora buca, edito da Frassinelli, dove la scuola diventa finalmente un importante nucleo focale di dialogo – arricchito magistralmente da humor e suspense -, e che riesce ad annullare i gap generazionali.
L’autore, inoltre, continuerà a sorprenderci e ad avvincerci con le avventure del commissario di polizia Soneri, tra le nebbie e le ombre dei suoi paesaggi, attorno al Po. Ricordiamo, uno su tutti, Le fleuve des brumes (ed. Agullo), che ha goduto di molteplici ristampe ed è stato finalista per due volte al prestigioso Gold Dagger Award.

La grande fascinazione scaturita dalla sua scrittura narrativa – unitamente a quella per i luoghi da lui descritti anche per affettività e con raffinata sagacia – ci riconduce ad uno stile di memoria celiniana, a lui altrettanto caro, come pure alla potenza rilevata, ricercata ma concretissima dell’eterno Carlo Emilio Gadda.

Varesi utilizza da sempre un linguaggio che contiene, per sua stessa ammissione, “tre fondamentali requisiti, che sono: una lingua adeguata allo scopo, una storia avvincente e possibilmente originale e una combinazione di personaggi, e intreccio che abbia la pretesa di essere rappresentativa al punto da fornire e riflettere una interpretazione del mondo”.

In un momento così profondamente incisivo in ogni ambito, non più lievemente in quello sociale e culturale, la scrittura di alcuni narratori come Valerio Varesi, Domenico Starnone, Paolo Di Paolo, Sandro Veronesi, Aldo Nove, Nadia Terranova, Alessandra Sarchi, Valeria Parrella – solo per citarne alcuni – risulta essere ancora salvifica, pregna di umana comprensione e capace stilisticamente di incantare i lettori: offrire un modus distante da qualunquismi e dalle ovvietà.

Ma che lingua si deve usare per raccontare in maniera che possa definirsi appartenente alla letteratura? Come si riesce a rimanere “accanto ai lettori”, a non porre distanze linguistiche abissali?

Il tema della lingua è fondamentale. Deve essere una lingua che abbia in sé una riconoscibilità, una cifra propria. Lo stile, insomma, che connota l’autore e lo rende individuabile. La letterarietà è una categoria difficilmente definibile. La si può raggiungere attraverso un percorso colto e ricercato che prevede anche l’invenzione della lingua stessa come fa Gadda, oppure per una strada apparentemente semplice come il periodare paratattico di Hemingway. L’importante è riuscire a creare una fascinazione nel lettore.

Quanto influisce la tua lunghissima esperienza come giornalista, nel “mestiere di narratore”?

Sono due modalità di scrittura molto differenti che corrispondono, a mio parere, a sensibilità altrettanto differenti. Il giornalista informa, lo scrittore deforma. Il primo deve esplicitare tutto in modo quasi didascalico, il secondo compie l’azione opposta, vale a dire deve creare una tensione di curiosità in chi legge e sollecitare la mente strologante. Un processo che porta il lettore stesso a essere egli partecipe della scrittura attraverso l’immaginazione. Scrivere sui giornali è comunque un allenamento di velocità e per uno scrittore il mestiere ha il vantaggio di portarti a contatto con la realtà in modo diretto. Ed è della nostra vita che parla uno scrittore.

Hai reso il tuo ultimo lavoro, “L’ora buca”, una chiara metafora dei nostri tempi, ponendo in evidenza alcune attualissime questioni: la supremazia dell’apparenza sull’essere, il virtuale sul reale, il degrado social culturale e anche politico, nonché la perdita di orientamento ed il distacco sempre più netto tra i luoghi ove la res publica dovrebbe essere resa tale, e le persone.
Pensi che un romanzo possa tentare un cambio di passo nel modo di concepire la realtà e il quotidiano?

Lo spero. In fondo scrivere è comunicare e se riuscissi a far riflettere anche una sola persona con la lettura di ciò che scrivo, per me sarebbe una vittoria. Il problema, in particolare italiano, è che pochi leggono e paradossalmente, nel Paese più ricco di cultura del mondo, quest’ultima è la Cenerentola. Per molti non vale niente ignari che è la nostra fortuna anche economica. A ciò si aggiunga che oggi, in seno al mondo culturale, sono arrivati i manager e hanno avuto, qui come altrove, l’effetto che ha la filossera per un vigneto.

La pandemia che attanaglia l’intero mondo ha cambiato radicalmente lo sguardo sulle cose, posto interrogativi profondi sulle relazioni, creato lacerazioni a livello psicologico e sociale. Qual è la tua idea di possibile ripartenza, ricostruzione, nuovo approccio nei rapporti umani e di un fragilissimo ecosistema?

Io spero che abbia cambiato lo sguardo sulle cose, ma ne dubito. Posso solo sperare che il modello di sviluppo che abbiamo adottato a partire dagli anni ’80, col mercato come unico regolatore della nostra vita, sia dichiarato defunto così come venne dichiarata la morte del socialismo reale. Il punto è questo, solo questo. O si cambia il rapporto rapinoso col mondo e si smette di tirar fuori dall’umano il peggio, oppure sarà la catastrofe. Il Covid è un effetto di questo approccio che distrugge ecosistemi e sta uccidendo il pianeta col cambiamento climatico.

Il tuo rapporto con la Francia è ormai consolidato da anni. Vuoi descriverci questo importante sodalizio e questa importante esperienza?

In Francia ho trovato un’accoglienza davvero speciale. Questo si deve in gran parte al mio editore Agullo. Insieme abbiamo intrapreso un’avventura audace, loro fondando una casa editrice, io esordendo in un Paese nuovo come primo loro libro tradotto. Devo dire che è stato entusiasmante. Ho trovato nei miei editori una specie di famiglia che mi ha accolto. Poi l’affetto dei lettori francesi e la benevolenza della stampa che mi ha generosamente definito ‘il Simenon italiano’. Ho sempre amato la Francia fin dagli anni da studente e ora credo sia diventata la mia seconda patria.

La scrittura è una cura e il pubblico si affeziona particolarmente agli autori che si traducono in portatori sani di cura, anche della scrittura narrativa o poetica. Trovo che come autore, tu possa avere una certa propensione alla prosa poetica. La tua malinconia, cifra identificativa dal punto di vista letterario, ne è evidente segnale.

Ho sempre cercato di introdurre anche nella letteratura noir e poliziesca, la qualità della scrittura. Credo che oggi gli autori che si cimentano con questo genere siano alla pari con coloro che scrivono letteratura ‘bianca’. Tengo molto alla cura espressiva cercando un certo lirismo della frase. Sono, come diceva Lalla Romano, uno scrittore ‘a orecchio’, vale a dire che ho bisogno di sentire la musicalità della frase stessa e finché non suona come voglio, non sono contento.

Oltre a questa preziosa intervista, per i lettori della rivista “Simposio Italiano”, vuoi regalarci una petite anticipation relativamente ai tuoi nuovi progetti letterari e non solo?

Ho in programma nel prossimo mese di maggio e poi in estate, diversi incontri fra Parigi e la provincia. Sarà bello potermi finalmente ricongiungere con gli amici e i colleghi francesi, situazione pandemica permettendo, si spera.
Poi a settembre uscirà per Mondadori una nuova inchiesta di Soneri, il commissario che mia accompagna ormai da anni. Ma attualmente sto preparando un romanzo che parlerà degli anni ’50, periodo che storici e narratori non hanno molto frequentato. Vorrei guardare a quel decennio con gli occhi di una donna
formidabile, una femminista ante litteram come Teresa Noce. La sua figura mi
ha affascinato per potenza e per traiettoria di vita.

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  • DAIGNAN-CASAURANG NICOLE

    janvier 18, 2021 at 16 h 49 min
    Reply

    intervista molto interessante. Pienso como V Varesi che molte gente non leggono più e che la cultura s'impoverisce. Dobiamo sperare che la pandémia va cambiare lo […] Read Moreintervista molto interessante. Pienso como V Varesi che molte gente non leggono più e che la cultura s'impoverisce. Dobiamo sperare che la pandémia va cambiare lo sgardo sul mundo e che il mercato non sarà più l'unico regolatore della nostra vita. Speriamo... Read Less

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