Intervista all’artista Cesare Berlingeri

È a Taurianova, piccolo borgo ai piedi dell’Aspromonte, che vive e lavora Cesare Berlingeri, artista di fama internazionale che, dopo aver percorso il mondo, non ha resistito al richiamo delle radici ed è ritornato a vivere nella sua terra, la Calabria. Personaggio poliedrico e dotato di grande senso scenografico, Cesare Berlingeri ci invita a cercare dentro di noi l’essenza delle cose. Nelle famose tele piegate dove il confine tra gli opposti fatti di “luce e di ombra, di visibile e di invisibile” – per riprendere le sue parole – diventa metafora dell’esistenza, il mistero si trasforma in bellezza e stupore e l’immaginazione nello stimolo per andare oltre le apparenze, dove la verità lascia il posto alla magia e all’attesa. Forme, colori e materia si sovrappongono in un percorso dove il vero si confonde con l’irreale, le certezze con i dubbi e il pensiero con la realtà. Per Cesare Berlingeri tutto è un divenire e sarà lo spettatore con la sua curiosità a lasciarsi trasportare dalle meraviglie del mondo.

A Simposio Italiano ha rilasciato questa lunga intervista che vi proponiamo.

Lei si è avvicinato al mondo dell’arte giovanissimo frequentando l’atelier di pittura del maestro De Leo a Cittanova, il paesino calabrese che le ha dato i natali. Ci vuole raccontare com’è nata questa sua passione e l’esperienza che ha maturato nei primi anni di studi?

Ho iniziato con dei disegni, degli schizzi. Come tutti i bambini del mondo, facevo degli scarabocchi su fogli di carta. Erano naturalmente dei segni istintivi esenti da ogni consapevolezza, non capivo l’importanza del disegno o della pittura. Conoscevo solo la pittura vista nelle nostre chiese o sui calendari. L’unica consapevolezza che avevo allora era di voler fare una cosa diversa dai miei compagni. Mi sarebbe piaciuto diventare direttore d’orchestra; ma stiamo parlando del Sud Italia e del dopoguerra. Impossibile! Era già un azzardo pensarlo!

Ho fatto quindi l’arte dei poveri a cui bastano dei fogli di carta ed un carbone. A dieci anni ho chiesto ad un maestro, che aveva insegnato all’Accademia di Liegi e si era ritirato in pensione a Cittanova, il paese natale di entrambi, se mi dava delle lezioni. Per diversi anni ho lavorato sodo; mi faceva disegnare otto ore al giorno e dipingere con tutte le tecniche possibili e immaginabili. A lui, però, non interessava la pittura delle Avanguardie, la considerava una cattiva pittura e io di conseguenza ne ignoravo l’esistenza. Gioivo nel fare dipinti più somiglianti possibili al modello che avevo davanti. Intuivo però che dovevano esserci altri modi per esprimersi e quindi altri modi per fare arte. A questo punto il mio paese non mi bastò più e andai a Milano. Lì ho visto quadri straordinari come i concetti spaziali di Fontana, i sacchi di Burri, gli achrome di Manzoni, ecc. L’emozione che ne ebbi fu talmente forte e intensa che cambiò radicalmente la mia vita.

Avvolgere le stelle 2020 acrilico e pigmento su legno avvolto 40x170x35cm foto di Giovanni Fava

Nella sua biografia leggiamo che alla fine degli anni Sessanta ha effettuato una serie di viaggi in Europa. Erano gli anni della contestazione e di lì a poco molti valori nei quali si era fermamente creduto sarebbero venuti meno. Nel mondo artistico si è assistito anche a importanti cambiamenti. Come ha vissuto quel periodo e in che modo ha influenzato il suo lavoro di artista?

Nel 1968 sentii l’esigenza di allargare le mie conoscenze. Lavorai qualche mese per avere il denaro e poter partire per vedere quello che accadeva nell’arte in Europa. Andai a Parigi e conobbi la pittura del Novecento. Finalmente vidi l’immensità di Matisse e di Picasso ma davanti ad un piccolo quadro di Cézanne dal titolo La casa dell’impiccato capii come si poteva dipingere la pittura. Nel vedere La cameretta di Van Gogh il raffigurato era solo pittura, i mobili e i pochi oggetti perdevano la consistenza materica diventando solo colore. Il colore non copia le cose o gli oggetti ma diventa cosa, è una transustanziazione. In quel periodo non ero interessato ai cambiamenti sociali e politici, l’ho vissuto quale periodo di incantamento, come un’esperienza fondamentale per il mio lavoro futuro. L’arte per me dovrebbe essere indipendente, al di sopra delle ideologie. Essa deve collocarsi tra cielo e terra, tra conosciuto e sconosciuto, tra materiale ed immateriale. L’arte deve trasformare la realtà.

In un’intervista ha detto che per dipingere, oltre alla calce, al cemento e alla carta straccia, utilizza gli agenti atmosferici quali il vento e la pioggia. Le sue parole non possono che riportarci all’immagine della Calabria, una regione dove una natura quasi incontaminata è molto presente. Che rapporto ha l’artista Berlingeri con la sua regione?

La Calabria è la mia terra, piena di ombre e di mistero, dai contrasti forti e dai colori puri. Questo ha influenzato molto il mio lavoro perché credo che un artista sia un genius loci. Ho quindi usato tutto quello che mi circondava, dagli agenti atmosferici ai colori della terra. La Calabria è una regione magica e piena di contraddizioni, dove il sacro e il magico sono la stessa cosa. Il mio rapporto, come artista, con la mia terra è totale. Credo che il mio lavoro sia radicato all’interno della natura mediterranea. Ezra Pound non si stancava mai di dire che per meritare di essere chiamata universale, l’arte deve essere prima locale.

Cesare Berlingeri luminoso piegato 2017 cm 100×91
olio e pigmento su tela piegata foto di Giovanni Fava

Negli anni Settanta, probabilmente complice il suo lavoro di costumista e scenografo per il teatro, ha intrapreso una nuova tecnica artistica: quella dei dipinti piegati. Una tecnica che ha ampiamente sviluppato negli anni successivi fino ai nostri giorni. La piega come metafora del mistero che avvolge l’uomo?

Il teatro mi è sempre piaciuto. Quando avevo vent’anni ho iniziato a lavorare come scenografo e costumista. In un primo momento l’ho fatto per guadagnare qualche lira e quindi per potermi sovvenzionare la pittura. Poi mi sono innamorato perché ho scoperto una cosa che con la pittura non si poteva fare: dei grandi quadri che si muovevano su una tavolozza enorme che era il palcoscenico. È il teatro che mi ha suggerito in termini visivi ed emozionali l’ampia gestualità della piegazione. Mi è accaduto allora di scoprire la magia del ripiegare i grandi fondali scenici: alla fine di uno spettacolo, osservando come un’immensa notte stellata poteva ridursi di piega in piega in un fagotto di ottanta centimetri per ottanta, che al suo interno rinchiudeva stelle e colori notturni. Ciò che mi ha sempre affascinato dei dipinti piegati è che un dipinto occulta se stesso nel mistero del non visto. Sono consapevole che nulla è più enigmatico di ciò che mai si vedrà.

Nella mia domanda precedente ho accennato al suo lavoro di costumista e scenografo per il teatro. Ci vuole raccontare più in dettaglio questa esperienza romana e soprattutto dirci se ha influenzato il suo modo di dipingere?

Mi ha talmente segnato che tutt’ora continua ad essere presente in maniera ossessiva nel mio lavoro. Il teatro per me è stata un’esperienza formativa e magica che mi ha dato la possibilità di lavorare con delle persone fantastiche che mi hanno arricchito notevolmente e aperto a una dimensione profonda nella mia vita e nel mio lavoro. A volte penso che i dipinti piegati siano una scenografia per una commedia della mente.

Veduta parziale personale MAM di Salvador de Bahia 2007 foto di Giovanni Fava

Nei primi anni Settanta a Roma operava ancora la cosiddetta Scuola di Piazza del Popolo, un movimento creato in pieno boom economico da artisti quali Mario Schifano, Tano Festa e Giosetta Fioroni. Che relazione ha avuto con questi artisti e con la loro scuola?

A Roma negli anni Settanta lavoravo per il teatro e la televisione come scenografo e costumista. Conobbi molti artisti legati alla galleria Soligo: Schifano, Turcato, Festa e Angeli. È con Tano Festa però che ho avuto un rapporto più intenso di amicizia. Era un pittore estremamente diverso da me, ma c’era una grande affinità intellettuale. Ci raccontavamo storie infinite. In quel momento a Roma oltre la Scuola di Piazza del Popolo c’era un grande fermento culturale. Ho incominciato ad esporre alla fine degli anni Settanta scegliendo di intraprendere la strada della non rappresentazione, il vento spirava in ben altra direzione. Si stavano gettando le basi della Transavanguardia. In quel periodo ero molto vicino al gruppo della Scuola di Piazza del Popolo che usava comunque la figurazione. Io invece ho remato contro sin dall’inizio. Nella prima mostra romana c’erano opere composte da tele di lino leggere, l’una sull’altra e poi piegate all’interno in modo da formare un mondo di luce. Non ero io e nemmeno la percezione del pubblico a creare l’opera, ma era la luce che l’opera assorbiva a esaltarne le forme come fossero in una nebbia infinita. A me non interessa il mondo visibile ma quello dentro di noi. Un’opera d’arte è tale quando il visibile rimanda all’invisibile. Scrive San Paolo nella seconda lettera ai Corinzi “noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili ma su quelle invisibili. Le cose visibili sono di un momento, quelle invisibili sono eterne”. L’invisibile è la possibilità di proseguire il viaggio verso l’infinito e verso il mistero.

La sua prima esposizione dal titolo “Trasparenze” è stata organizzata a Roma, nella Galleria Soligo. Da allora ne sono seguite molte altre sia in Italia che all’estero (Tokyo, Rio De Janeiro, Tel Aviv, New York, Pechino); tutte accolte con grande successo. Cosa prova ogni volta che le sue opere solcano i confini della sua regione e, meglio, del suo paese?

Quando i miei lavori vengono esposti in giro per il mondo provo una grande emozione perché espongo la mia visione, il mio linguaggio, i miei colori che sono poi quelli del mio mare, del mio cielo, delle mie notti stellate, dei miei miti. Tutto ciò mi fa riflettere su come l’arte non abbia bisogno di essere tradotta, ma diventi linguaggio universale. L’artista non è mai di un luogo, ma usa quel luogo per raggiungere il mondo.

Veduta parziale personale museo Marca Catanzaro 2019 foto Nino Cannatà

Oggi vive e lavora in uno studio di Taurianova a pochi chilometri dal paesino in cui è nato. Lei che ha conosciuto il mondo grazie ai viaggi fatti da giovane e alle numerose esposizioni, ha scelto di rimanere in Calabria. Ci vuole raccontare perché? Cosa l’ha spinto a ritornare alle origini?

Da La luna e i falò di Cesare Pavese “Così questo paese, dove sono nato, ho creduto per molto tempo che fosse tutto il mondo. Adesso che il mondo l’ho visto davvero e so che è fatto da tanti piccoli paesi non so se da ragazzo mi sbagliavo poi di molto. Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c’è qualcosa di tuo che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.

Ho pensato che non avrei potuto trovare parole migliori di queste. Rispecchiano a pieno il mio pensiero.

Grazie al signor Berlingeri per questa intervista e grazie a al professor Vincenzo Staiano che ci ha messi in contatto.

Stefania Graziano

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