Un disastro preannunciato: la frana del 1963 del Vajont

Nella sera del 9 ottobre 1963 una frana di 270 milioni di metri cubi si staccò dal fianco del Monte Toc, al confine tra il Veneto e il Friuli. La frana precipitò in un lago artificiale e l’acqua fuoriuscendo creò una gigantesca onda, simile ad uno tsunami, che uccise circa 2.000 persone. Tutto nacque dalla necessità di creare un rapido sviluppo in aree rimaste economicamente arretrate, ma soprattutto dalla volutamente scarsa conoscenza della situazione geologica contrapposta alla troppa fiducia nelle scienze "esatte".

Il progetto e la costruzione

Nel 1929 iniziano gli studi e i progetti per costruire un bacino artificiale nella Valle del Vajont. Per compensare alla irregolare portata del Fiume Piave e dei suoi affluenti, con portate utili alla produzione di energia elettrica solo in primavera e in autunno, deve essere costruito un enorme lago artificiale, nel quale stoccare circa 150 milioni di metri cubi d’acqua. In pochi anni il progetto è pronto, ma scoppia la seconda guerra mondiale. Nel 1943 inizia l’acquisizione dei terreni dei comuni di Erto e di Casso, e negli anni successivi viene portato a termine l’esproprio dei terreni privati, nonostante l’opposizione di una parte della popolazione; questo porta anche alla costruzione a Erto di una caserma dei Carabinieri. Nel luglio del 1957 iniziano i lavori, con circa 400 operai, e la diga viene inaugurata nel settembre del 1960. Solo tre anni per costruire quella che allora era la più alta diga a doppio arco del mondo, la seconda in assoluto. Alta 262 metri, larga 190, spessa 22 metri alla base e solo 3,40 metri alla sua sommità, e vengono usati 353.000 metri cubi di calcestruzzo. Un magnifico “biglietto da visita” per esportare all’estero l’ingegneria e il lavoro italiano. Ma se la diga viene costruita seguendo le tecniche più innovative, non vengono tuttavia condotti sufficienti studi sulla stabilità del versante settentrionale del Monte Toc. L’instabilità di questo versante è ben nota, ed addirittura vengono effettuate opere accessorie nell’ipotesi che una frana possa cadere da questo versante, e dividere il lago in due parti.

La frana

Terminata la costruzione della diga, iniziano le prove di invaso e di svaso, ovvero di riempimento e di svuotamento del bacino. Durante il primo invaso una frana di 800.000 metri cubi di roccia crolla nel lago, poiché al crescere del livello dell’acqua diminuiva la coesione tra le rocce. Nel 1962 vengono fatti studi su modelli che, in scala, riproducono il bacino del Vajont. Dopo varie simulazioni, condotte sottostimando le dimensioni di una eventuale frana, viene fissato un limite di sicurezza della quota massima dell’acqua del lago, circa 20 metri sotto alla quota massima prevista. Nell’aprile 1963 inizia una terza prova di invaso, che porta l’acqua del lago al suo livello massimo; nel settembre 1963 vengono evidenziati movimenti di 2 centimetri al giorno del fianco del Monte Toc, e quindi viene deciso un rapido svuotamento del lago, ma oramai l’acqua del lago aveva fluidificato dei livelli di argilla e la frana era stata innescata. Il giorno 8 ottobre 1963 gli strumenti di rilevazione mostrano che il versante del Monte Toc si è mosso in poche ore di più di mezzo metro, e quindi si decide di svuotare ancora più rapidamente il lago. Paradossalmente il rapido svuotamento del lago diventa uno dei fattori scatenanti, in quanto la presenza della massa d’acqua del lago funge proprio da puntello alla frana stessa. Il 9 ottobre è una giornata di sole. Il Comune di Erto e Casso emette una ordinanza di sgombero per alcune frazioni più vicine al lago. A mezzogiorno alcuni operai vedono ad occhio nudo il movimento della montagna, e gli alberi che si inclinano. Vengono inviate a Roma, per posta ordinaria, delle richieste di istruzioni.


La frana del Monte Toc e le onde che colpiscono Erto e Casso e poi Longarone.

La tragedia

Alle 22:39 del 9 ottobre 1963 una frana di 270 milioni di metri cubi precipita nel lago a 100 km l’ora. La frana colma la depressione del lago, spingendo l’acqua in alto. La frana non colpisce direttamente la diga, che quindi non crolla, e riempendo l’invaso di detriti fa sì che la massa d’acqua sollevata non si schianti contro la diga stessa, ma la superi. L’acqua, sollevata dalla frana come uno tsunami, forma una onda alta 250 metri d’altezza, che si divide in tre parti. La prima onda colpisce il paese di Casso, ed è più alta del paese stesso. L’acqua e i massi sfondano i tetti delle case, ma per fortuna non si registra nessun morto. La seconda onda si dirige verso Erto; il paese non viene colpito perché protetto da uno sperone di roccia, ma vengono distrutte alcune frazioni, con circa 350 morti. La terza onda supera il coronamento della diga e 50 milioni di metri cubi d’acqua e di roccia volano oltre la diga a 80 km all’ora. L’onda produce un vento sempre più intenso, che porta con sé una nuvola di goccioline d’acqua, e allo sbocco della valle del Vajont l’onda è alta 70 metri.

A Longarone la gente è nei caffè per vedere alla televisione la finale di Coppa dei Campioni tra il Real Madrid e i Glasgow Rangers. Va via la luce, si vedono sulla montagna dei lampi. Poi arriva il vento, che toglie il respiro. Alle 22.43 l’onda che ha scavalcato la diga crolla nella Valle del Piave e piomba su Longarone, polverizzando persone e case. Il livello del fiume si alza di 12 metri in pochi istanti e dopo 15 minuti l’onda di riflusso torna giù a lisciare tutto, e la valle è trasformata in una spianata di fango. In totale muoiono 1.917 persone, di cui 487 bambini e ragazzi; 451 vittime non sono mai state ritrovate.



Vajont e Longarone, prima e dopo

Il dopo

Il giorno dopo non c’è più nulla da salvare. Ci si può solo più interrogare sulle cause del disastro e individuare gli eventuali colpevoli, risarcire i danni e pensare alla ricostruzione. Il disastro diviene immediatamente un caso politico. I giornali conservatori descrivono l’accaduto esclusivamente come un fatto naturale e non prevedibile: la diga e i suoi costruttori non ne sono responsabili, in quanto la diga ha resistito sia alla frana che alla spinta della massa d’acqua. La natura, contrariamente all’ingegno umano, è cattiva, malvagia, imprevedibile. Su alcuni giornali si giunge a scrivere che sià avvenuto "un misterioso disegno d’amore di Dio". I giornali dell’opposizione invece sostengono che il disastro poteva essere previsto, e che la causa è un errore umano; ed infatti già nel 1961 un giornale titola: "Una frana di 50 milioni di metri cubi minaccia vita e averi degli abitanti di Casso".

Per l’accaduto vengono rinviati a giudizio undici persone, dirigenti e consulenti della società proprietaria dell’invaso (prima Sade e poi Enel) e alti funzionari del Ministero dei lavori pubblici. Alla fine di tutti i gradi di giudizio vengono condannati solo due tecnici, e solo uno di loro finisce in carcere (per un anno e mezzo). Ma, per chiudere la storia della tragedia del Vajont, bisogna ricordare almeno altri due fatti. Il primo riguarda il risarcimento per la morte dei parenti. Pochi giorni dopo la tragedia arriva a Longarone il presidente del Consiglio, Giovanni Leone, che promette giustizia ai parenti sopravvissuti; ma lo stesso Giovanni Leone, terminato l’incarico di governo, è il capo del collegio degli avvocati della Sade e dell’Enel. Giovanni Leone riesce a trovare nel codice cavilli e codicilli che permettono di non risarcire i parenti di circa 600 morti.

L’altro fatto da ricordare è che nel 1964 il Governo emana la cosiddetta "Legge Vajont" per la rinascita della valle. Chi possiede una licenza (commerciale, artigianale o industriale) può accedere a finanziamenti a fondo perduto, a prestiti eccezionalmente vantaggiosi ed esenzione dal pagamento delle tasse per dieci anni; inoltre chi non può o non vuole riaprire l'attività ha diritto di vendere la propria licenza ad altri, che possono usufruire degli stessi diritti, a patto che la nuova attività (anche completamente differente da quella originaria) abbia sede in aree limitrofe, praticamente in quasi tutto il Triveneto. Succede quindi che gli artigiani cedono le loro licenze per pochi soldi (50.000 lire, ovvero 25€) a imprese che ottengono finanziamenti di anche più di un miliardo di lire (500.000€). Questa legge, nata da una enorme tragedia, diventa quindi un enorme volano economico che favorisce il "miracolo economico del Nord-Est".

Maurizio Sonnino