Una nuova vita... Crederci ancora

"Ricominciare una nuova vita... Crederci ancoraé, ripetevi a te stessa e intanto ti mettevi a posto i capelli che qualche attimo prima una mano forte e rugosa aveva scompigliato nel trascinarti con violenza sul pavimento del tinello di casa. E ti dicevi ancora così mentre, davanti allo specchio dell’ingresso, accomodavi attorno al collo un foulard che avrebbe camuffato i segni della fine di un sogno e di tanti progetti. Ma poi, quasi con stizza, ti scrollavi di dosso quei pensieri e ti convincevi che la tua vita non era solo una parvenza di normalità come le amiche volevano farti credere; quella vita l’avevi scelta tu, così come avevi scelto tu quell’uomo che adesso purtroppo non riconoscevi più. "Si, si. A sbagliare sono sicuramente io". Sbagliavi quando esageravi con il trucco uscendo per fare le vetrine, e avevi sbagliato quando ti eri iscritta, a sua insaputa, a un corso di teatro perché il teatro ti piaceva fin da quando eri bambina e poi non facevi male a nessuno se rubavi solo qualche ora alle faccende domestiche. 

"Ricominciare una nuova vita... Crederci ancora".
Ma, hai pensato ai figli che rincasando non ti troveranno più ad attenderli in pantofole sull’uscio o a trafficare tra i fornelli in cucina. Tu, sempre servizievole e disponibile. 
Magari potresti ricominciare una nuova vita assieme a loro, portarli via, andare lontano perché sei convinta che l’aria che si respira in casa non giova al loro equilibrio. Ma come fare a convincerli che andare via sia la soluzione più giusta? In fondo, con loro lui  è sempre stato un padre premuroso; li portava alle giostre la domenica o a prendere un gelato mentre tu rimanevi a casa a crogiolarti davanti alla TV. Hai forse dimenticato l’emozione nei suoi occhi quando toglieva le piccole ruote di dietro alle biciclette e li lanciava sul sentiero che costeggia la spiaggia perché è così che diventeranno forti e sicuri – diceva – e tu assentivi con lo sguardo perché era lui ad avere ragione e non tu con l’insicurezza che ti trascini fin da piccola. 
E mentre farneticavi, spolveravi un po’ di fard sugli zigomi, quel tanto che bastava a coprire le tracce di un’ennesima lite – uno sfogo – come aveva detto lui, perché non sopportava più le pressioni al lavoro e non ti ci dovevi mettere anche tu coi soldi che servono a comprare i libri per i ragazzi o la scelta delle attività extrascolastiche. Questi compiti spettano a te che non fai niente tutto il giorno mentre lui lavora. "Mah si, ha ragione, che egoista sono".

"Ricominciare una nuova vita... Crederci ancora". 
A te ricominciare non faceva paura; lo avevi fatto già altre volte come quando avevi deciso di lasciare il paesino ai piedi delle montagne e andare a vivere in città con in tasca solo il diploma di ragioniera, ottenuto frequentando i corsi serali che la municipalità aveva allestito per dare una "chance" alle ragazze delle famiglie bisognose. Una scelta condivisa anche dai tuoi consapevoli che ti spettasse un futuro migliore del loro, fatto di privazioni e rinunce. E così, una mattina, hai preso la corriera e sei arrivata in città. Sprofondata sul sedile, stretta nel cappottino confezionato per l’occasione, hai visto sfilare i campi avvolti ancora nella nebbia e un velo di melanconia ha velato i tuoi occhi. Ma tu dovevi andare avanti, dovevi ricominciare e, con la mano, quel velo lo hai rapidamente cancellato. 

La città, dove ad accoglierti c’erano alcuni cugini di tua madre, non ti ha fatto paura e, con naturalezza, ogni giorno, ti lasciavi ingoiare dai suoi anfratti, ti mescolavi alla folla e poi ricomparivi altrove, stanca ma mai sfiduciata. Sei andata avanti così per giorni e giorni senza mai lamentarti perché quel lavoro di segretaria lo volevi davvero. Ma tu eri un’instancabile romantica e forse quando avevi lasciato il paesino, in città speravi di trovarci anche l’amore. Lui è arrivato per caso, un giorno come tanti altri. Ti eri seduta sulla panchina dei giardinetti dove avevi l’abitudine di consumare un "croissant" come lo chiamava il ragazzo del Caffè e a te quella parola piaceva perché ti sembrava più elegante di cornetto. Incurante dei passanti, avevi sfilato le scarpe da ginnastica e socchiuso gli occhi per qualche istante. Quando li hai riaperti lui ti guardava compiaciuto e intenerito mentre tu sei arrossita e con fare goffo ti sei infilata rapidamente le scarpe. 

Così è nata la vostra storia. Le sue attenzioni e premure ti facevano sentire importante e quando ti ha chiesto di sposarlo hai detto "si" senza esitare. Il lavoro di segretaria al quale tenevi tanto poteva aspettare; eri giovane e non avresti avuto difficoltà a trovarne uno quando i figli sarebbero cresciuti.

 

Tracy Chapman / Behind the wall

​Last night I heard the screaming
Loud voices behind the wall
Another sleepless night for me
It won’t do no good to call
The police always come late
If they come at all.

And when they arrive
They say they can’t interfere 
With domestic affairs
Between a man and his wife
And as they walk out the door
The tears weel up in her eyes.

Tracy Chapman / Oltre il muro

La notte scorsa ho udito delle grida
Voci sonore oltre il muro
Un’altra notte insonne per me
Non servirebbe a nulla chiamare
La polizia arriva sempre tardi
Ammesso che arrivi.

E quando arriva
Dice di non poter interferire 
Nelle situazioni private
Tra un uomo e la propria moglie
E quando esce dalla porta
Le lacrime scorgono dai suoi occhi.

Dal 1988 quando Tracy Chapman cantava questa canzone, qualcosa forse è cambiato, ma i dati sulla violenza alle donne restano allarmanti.

Nel 1999 le Nazioni Unite hanno decretato il 25 novembre Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne per sensibilizzare l’opinione pubblica, attraverso incontri, dibattiti, mostre e altro. In Italia, lo stalking è un reato dal 2009, ma le donne che denunciano i loro aguzzini purtroppo sono ancora poche. I retaggi culturali e il peso ancora forte dei pregiudizi sono muri difficili da abbattere.

Stefania Graziano