Qualche domanda a Giacomo Lariccia

Après avoir parcouru en autostop, la guitare à l’épaule, les autoroutes d’Europe, Giacomo tombe amoureux de Bruxelles. Il s’y installe, se diplôme en guitare jazz et sort son premier album de jazz (Spellbound/Label Travers). Un jour, après des années passées à jouer dans des festivals du monde entier, il découvre la puissance de la parole et commence à écrire des chansons. Il enregistre son premier album en tant que cantastorie (littéralement "chanteur d’histoire). Cet album appelé Colpo di sole recevra des récompenses prestigieuses en Italie et sera finaliste du Premio Tenco (dans la catégorie ‘première œuvre’).

Extrait du site internet de Giacomo Lariccia

 

Ci può raccontare brevemente perché ha deciso di lasciare l’Italia?

Sono arrivato in Belgio perché volevo fare un'esperienza di studio al conservatorio di Bruxelles. Inizialmente avevo previsto una permanenza di poche settimane, il tempo che mi era concesso dai pochi soldi che avevo in tasca. Poi inaspettatamente si sono create le condizioni per poter restare a Bruxelles il tempo degli studi e oltre. Stavo cercando un conservatorio dove studiare jazz in maniera totalizzante, volevo immergermi completamente nella musica senza giustificazioni, legami o paracaduti. Per questo era necessario cambiare paese, lasciare l'Italia.

Nel 1973 Nino Manfredi interpretava il ruolo di un emigrante italiano in Svizzera nel film \enquote{Pane e cioccolata} di Franco Brusati. Cos’è cambiato oggi per gli Italiani che vivono e lavorano all'estero?

L'emigrazione italiana in Europa, mi sentirei di poter allargare a molti altri stati oltre al Belgio, è cambiata moltissimo. Questo è successo grazie a tanti fattori, non per ultime le tecnologie di comunicazione, il \enquote{fattore Ryan air} e anche l'innalzamento dell'educazione che negli ultimi decenni ci ha permesso di viaggiare e di ambientarci anche fuori dall'Italia. Chi parte oggi non ha più la valigia di cartone ma un trolley e un laptop sottobraccio.
Una cosa che ci tengo a sottolineare è che gli italiani all'estero non sono solo \enquote{cervelli in fuga} ma anche imprenditori, impiegati, artisti.

Tra terremoti e governi successivi, ricostruire è un termine molto usato in Italia. Montessori diceva che non bisogna insegnare ai bambini il mondo di oggi perché quando saranno grandi il mondo sarà cambiato, bisogna insegnare loro ad adattarsi. Condivide questa idea del ricostruire?

La trovo una bella immagine questa della Montessori. Avere il coraggio di ricostruirsi internamente ci permette di accettare il mondo che cambia senza pensare di doverlo cambiare. Nel mio disco, a dir la verità, non parlo dei cambiamenti nel mondo quanto piuttosto della fragilità delle relazioni umane, dell'amore, del proprio equilibrio interno. È vero però che anche per ricostruirsi internamente ci vuole del coraggio e una certa dose di flessibilità.

Gli Italiani giovani che oggi vivono all’estero sono sempre più numerosi. Può immaginare un modo per farli tornare in Italia?

Vorrei rovesciare la questione. Il problema non è \enquote{i giovani italiani che partono e non tornano}. Il problema è che l'Italia non attira giovani di altre nazioni europee. Se ci fosse un vero scambio di talenti per cui alcuni partono dall'Italia e altri arrivano in Italia da altre nazioni, non ci sarebbe nessun problema. Il destino dell'Europa a lungo termine è questo: avvicinare le culture, le persone, le sensibilità in un clima di pace. La vera emergenza, quindi, è che per un determinato numero di ragioni che sarebbe lungo affrontare qui il flusso è a senso unico. L`Italia non riesce ad attirare giovani europei. Perde i propri giovani ma non ne attira altri.

Da tempo l’Italia diffonde la sua cultura attraverso il mondo con la voce dei suoi emigranti, cos’è cambiato oggi?

Continua ad essere così. Gli italiani nel mondo hanno creato una storia parallela dell'Italia \enquote{fuori dall'Italia}. Pensiamo a quanto hanno fatto gli emigrati italiani negli USA o anche in Belgio, se vogliamo rimanere in un terreno che conosco forse meglio. Quanti sono gli italiani che si sono distinti per le loro capacità nel lavoro, nella politica, nell'imprenditoria, nello sport, nella musica? Non si contano. In Belgio qualche anno fa il primo ministro si chiamava Elio Di Rupo.

Se non avesse lasciato l’Italia, la Sua musica sarebbe stata diversa? Cosa avrebbe cantato?

Questa è una domanda che mi fa sognare degli scenari ipotetici della mia vita. Chissà chi sarei se non avessi lasciato l'Italia. Chissà se avrei continuato a fare musica? Come sarebbe stata la mia musica? Non so rispondere, posso però ipotizzare che la mia musica sarebbe stata un riflesso di quello che avrei vissuto: sarebbe stata si diversa da come è ora ma, spero, altrettanto sincera e trasparente.

Il sociologo francese Edgar Morin ha parlato della necessità di un governo mondiale. Crede che la canzone possa far nascere una coscienza al di là delle ideologie in guerra?

Non conosco questo sociologo ma devo dire che quella di un \enquote{governo mondiale} la trovo una idea alquanto spaventosa. Che ci sia una educazione al dialogo, alla tolleranza, alla comunicazione con chi è diverso da noi è fondamentale. Immaginare però un solo ente che controlla e gestisce ogni essere umano sulla terra è una idea spaventosa. Già viviamo costantemente e inconsapevolmente controllati da social network, gps e cellulari. L'idea di un governo mondiale, lontano, inevitabilmente, dai cittadini non è una prospettiva che mi attira. L'ONU per esempio è una istituzione nata da buone intenzioni ma inefficace nella pratica.

Il conflitto fa parte, purtroppo, della nostra vita. Ipotizzare una umanità senza conflitti trovo che sia un sogno ingenuo e anche pericoloso. Quello che è importante è imparare a gestire il conflitto, ricostruire se stessi e le relazioni intorno a noi improntandole al rispetto. 

 

Intervista raccolta da Stefania Graziano e Lorenzo Le Quellec