L'incanto della luce: viaggio tra la Versilia e la Maremma

Viaggiare è come respirare a pieni polmoni. Una costante irrinunciabile, una fonte inesauribile di conoscenza, arricchita da profili di paesaggi indimenticabili e da profondi scorci sull’animo umano; un incessante girovagare che scorre su un filo teso fatto di partenze e di ritorni. Non ho mai misurato le distanze che mi dividevano dalla meta in ore o metri ma, molto più semplicemente, nelle emozioni che un viaggio sapeva dare.

Paradossalmente le tante strade percorse, sconosciute e lontane, mi hanno portato a scoprire, con stupore, l’infinita bellezza di luoghi a me noti; proprio là, dove affondano le mie radici e il mio sapere. Marcel Proust affermava che: "Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi". Proprio guardando con occhi nuovi queste terre, percorrendo le incantevoli strade tra la Versilia e la Maremma, si intuisce che cosa crea lo splendore dei quei paesaggi montani, delle campagne e delle marine: la luce.

Una luce intensa che accende le limpide mattine d’estate, dove l’aria sembra ferma e si fa intenso il profumo del sottobosco, del fieno e delle pinete. Una luminosità così dorata da aver incantato pittori Macchiaioli e Postmacchiaioli. E non solo. Infatti Carlo Carrà, pittore che aderì al futurismo, negli anni ’20, rimase così abbagliato dalle spiagge versiliesi e dalle sue profumate pinete da far costruire, proprio in quei luoghi, una casa in cui poter dipingere. E’ così che l’essenza di Forte dei Marmi resterà per sempre immortalata in capolavori come "Marina a Forte dei Marmi" (1940); in "Fiumetto a Forte" (1941); o "Fiumetto Grande" (1952). 

Se è ormai decisamente cambiato il profilo della spiaggia; nel quartiere di "Roma Imperiale", la veduta in penombra, sospesa tra la rigogliosa vegetazione e i riflessi del corso d’acqua, che scorre sotto i ponticelli dove Carrà sostava per dipingere il paesaggio, è rimasta la stessa di quasi un secolo fa. Proprio questi scorci hanno permesso che il meraviglioso scenario naturale circostante fosse sottoposto a vincolo dal Ministero italiano dei Beni Culturali e delle Attività Culturali e del Turismo, così come è avvenuto, in Francia, per il paesaggio di Auvers-sur-l’Oise, dipinto da Van Gogh, Pissarro o Cézanne. 

La luce in Versilia ha in sé qualcosa di magnetico, sprigiona sempre la stessa magia, anche se invece di correre tra le onde del mare, si adagia sulla costa e sulle vette delle sue montagne, come quelle accarezzate dalla pittura del postmacchiaiolo Filadelfo Simi. Nativo di Levigliani di Stazzema, comune dell’Alta Versilia, l’artista conosceva bene quei luoghi e li inondò di luce nei suoi dipinti, basti pensare a "Il Sole a Seravezza" (1893) dove una scena di vita quotidiana, in ombra, in primo piano, trattiene a malapena l’impeto della luce, sullo sfondo, che sottolinea il profilo della città di Seravezza, rimasto anch’esso pressoché immutato; oppure "Il saluto" che, sull’orizzonte, lascia apprezzare il Monte Corchia del Parco Regionale delle Alpi Apuane. 

Simi, pittore raffinato, plasmò la propria arte facendo esperienza presso l’atelier di Jean Leon Gérôme, e proprio in Francia, a Parigi, ottenne riconoscimenti all’Esposizione Universale del 1889. L’arte e la cultura francese non influenzarono solo l’attività di questo artista ma anche quella di un altro pittore di impostazione postmacchiaiola come Moses Levy. Anch’egli conobbe Parigi, dove aprì uno studio e aderì alla cosiddetta "Ecole de Paris", ma, pur rimanendo affascinato dalla pittura di Matisse, non poté fare a meno di amare Viareggio, tanto da fissare per sempre la luce delle sue spiagge in numerosi dipinti come "L’ombrellone bianco" (1919), "Anna e l’amica" (1920), "Donna con ombrellino" (1921) o "Spiagge e figure a Viareggio" (1921). In quegli anni Viareggio, era pervasa dal gioioso fermento culturale tipico di una città cosmopolita ed era fonte d’ispirazione per molti artisti tra cui Lorenzo Viani, compagno di studi di Moses Levy, viareggino di nascita, che fece parte de "Il club la Bohème", un cenacolo di artisti nato sulle rive del Lago Massaciuccoli, non lontano da Viareggio, composto da importanti pittori tra cui Ferruccio Pagni, autore de "I canali" (1903) o Angiolo Tommasi, che trovò ispirazione su quelle sponde lacustri tanto da donarci capolavori come "Sulla riva del lago di Massaciuccoli" (eseguito tra il 1915-1920) e "Ragazza a Torre del Lago". 

Tra i membri del club non poteva certo mancare il maestro Giacomo Puccini che, a Torre del Lago, compose proprio "La Bohème", oltre che "Tosca" e " Madama Butterfly" mentre l’alba del "Nessun Dorma" della "Turandot" - l’incompiuta - venne al mondo nella sua villa di Viareggio, tra la spiaggia e la maestosa pineta, nel quartiere "Marco Polo". Sospinti dalle note di questa celebre romanza, si giunge, più a sud, a Livorno, in una terra, feconda anch’essa di grano e salmastro, soggetto e musa, tra il 1800 e il 1900, di altrettanti spiriti intellettuali e artistici, dove il vento sussurra ancora le note del compositore livornese Pietro Mascagni, fraterno amico di Puccini e autore della celebre "Cavalleria Rusticana". Costui aveva una predilezione per l’arte e negli anni strinse solide amicizie con Plinio Nomellini, pittore divisionista, ma anche con uno dei massimi esponenti della corrente dei Macchiaioli, Giovanni Fattori, la cui indimenticabile opera "La rotonda dei Bagni Palmieri" (1866) celebra il lungomare di Livorno, città natale anche di Amedeo Modigliani. Sua è anche "La raccolta del fieno in Maremma" (1867-1870) dove in una mattina di piena estate, lampi dorati impastano di luce il fieno raccolto e sistemato su un carro, avvolto nel tipico profilo della campagna toscana, tanto amata anche da Odoardo Borrani che accolse nei propri paesaggi una luminosità estiva intensa e decisa come ne "Pagliai a Castiglioncello" (1865) o in "Casa e Marina a Castiglioncello" (1862). 

Sembra quasi di vederli, questi indimenticabili artisti, correre tra uno scorcio e l’altro di queste terre, intenti a catturare la bellezza, l’infinto che li ha resi immortali, in quel viaggio senza fine che è l’arte.

Claudia Buratti