Il mio Veneto

Risento la voce di nonna Ida che esclama: "Il Veneto, el ghe seo bel! Bele le montagne, bele le pianure, beli i fiumi  e i monumenti... Montebelluna, Maser! Che posti! Villa Maser la ghe sè un gioiello! vedrai, vedrai che belo!" Ma dove sarà mai questo Veneto? Lo scopro in terza elementare; correva l'anno 1962, c'è un libro nuovo, il sussidiario, si comincia lo studio della  geografia, l'Italia e le sue regioni.


Mappa del Veneto

Si inizia  dal nord: la Lombardia, la mia regione, il Piemonte e poi, finalmente, il Veneto. Eccolo lì, stampato sulla pagina del libro: ha una forma strana, stretta in alto, si allarga in basso. La parte alta e quella di confine a nord  ovest è tutta colorata in marrone. Leggo: Alpi Carniche, Dolomiti, Monti Lessini; nella parte rimanente, tutta verde, spiccano due cerchietti marroncino, Monti Berici e  Colli Euganei, e una fitta ragnatela azzurrina, i fiumi, due righe sono più marcate: l'Adige e il Piave.                                                
Cerco le "macchie azzurre grandi", i laghi; non ne trovo ad eccezione di una al confine con la Lombardia, il Garda. Penso : "Ma questo nome l'ho già sentito!" Il Garda appartiene alla mia ragione! Una regione senza laghi. A me, abituata all'acqua, abito in un paesino sul lago di Como, la cosa sembra strana, ma lo sguardo scorre verso il basso ed ecco una grandissima macchia azzurra. "Cosa sarà?" mi chiedo. Leggo: mare Adriatico.               
E' la prima regione che trovo con uno sbocco sul mare, ma le novità non finiscono qui. Uno sguardo alle città, leggo i nomi dei capoluoghi di provincia, Verona,Vicenza, Padova, Rovigo, Treviso, Belluno, Venezia ;  un'immagine  attira la mia attenzione : palazzi che  escono direttamente dall'acqua. "Una città dentro l'acqua? Poveri abitanti, corrono il rischio di bagnarsi. Come  fanno a spostarsi? Sempre con la barca?" esclamo a voce alta. Zia Romilda mi sente e subito "E' il Canal Grande. Venezia è una città bellissima, tutta sull'acqua, unica al mondo. Ci si sposta col vaporetto!" Che meraviglia! E che curiosità, vorrei andarci subito.

1971: finalmente incontro "di persona" Venezia. Fine luglio: gli esami di maturità sono un ricordo recentissimo, e mi godo, con quattro amiche, quattro giorni a Venezia, premio per aver superato la difficile prova. Venezia: sinonimo di libertà, è la prima vacanza da sola, senza i genitori, senza adulti, solo noi cinque; possiamo decidere liberamente cosa fare, dove andare, cosa vedere. Si arriva in treno, entriamo in città passando proprio sul Ponte della Libertà! Alloggiamo alla Giudecca, all'Ostello della Gioventù. La sera è bello guardare le luci di piazza San Marco da questa isola! Visitiamo ogni angolo di Venezia, oserei dire che l'abbiamo scandagliata: piazza San Marco, Santo Stefano, il Sestiere di San Polo, quello di Santa Croce, di Cannaregio, di Castello, l'isola di San Giorgio, il Lido, Murano. Attraversiamo campi e campielli di forme e proporzioni molto varie, scendiamo e saliamo innumerevoli ponti; ci concediamo anche un lusso: una passeggiata in motoscafo lungo il Canal Grande, una via d'acqua eccezionale nella sua sequenza ininterrotta di palazzi, di prospettive  mutevoli. Passiamo sotto il Ponte di Rialto ed inizia la sfilata dei   palazzi che si aprono direttamente sull'acqua con portoni  e approdi : il Fontego dei Tedeschi, palazzo Grimani, palazzo Corner Spinelli, palazzo Grassi. Come l'immagine di tanti anni fa, ancora impressa nella memoria. Rivedrò Venezia diverse altre volte, ma l'emozione sarà sempre la stessa! Al ritorno facciamo tappa a Verona, vogliamo vedere il balconcino di Romeo e Giulietta, ma ciò che  mi resterà impresso è San Zeno. Se chiudo gli occhi la rivedo : la facciata, in tufo e marmo, con il grande rosone decorato da sei statue che rappresentano alcuni momenti  della condizione umana, il protiro, sorretto da colonne che poggiano su leoni, il prezioso portale decorato da quarantotto formelle di bronzo . Scoprirò la magia dell' Arena parecchi anni dopo; nel 1995,  sotto un cielo stellato d'agosto assisto alla rappresentazione della Traviata. Indimenticabile!


Incontro di Anna e Gioacchino alla Porta d'Oro,
Giotto (1303-05)

Padova: la cappella degli Scrovegni, quante volte l'ho vista? Ne ho perso il conto! Bisogna cercarla: è piccola, le sue misure: lunghezza 29,26 metri - larghezza 8,48 metri - altezza massima 12,80 metri; è quasi nascosta dai grandi alberi che sono cresciuti intorno; sulla strada il flusso ininterrotto del traffico ti spinge a passarle davanti senza vederla. Architettonicamente semplice e quasi disadorna, la cappella ha in serbo la sorpresa dei meravigliosi affreschi che ne ricoprono interamente le pareti e della volta, un cielo blu intenso sfavillante di stelle che lascia senza fiato. Lo spazio dipinto da Giotto, con le storie di Gioacchino ed Anna, le storie della vita di Maria, le  storie della vita e della morte di Cristo, le sette Virtù e i sette Vizi, è tangibilmente tridimensionale così nell'architettura come nelle figure dei personaggi costruite come vere e proprie solide geometrie. Lo sbalordimento e l'emozione provati davanti alle coloratissime superfici delle pareti e all'intenso blu della volta, puntinata da circa 700 stelle, sono insostituibili. Altro ricordo: Il caffè Pedrocchi, costruito a mo' di tempio classico, famoso punto di incontro per studenti e intellettuali fin dalla sua apertura nel lontano 1831,  è detto anche il "caffè senza porte", appellativo curioso dovuto  al fatto che, fino al 1916, era aperto ininterrottamente giorno e notte. Fu luogo di riunione durante il Risorgimento e proprio qui, l'8 febbraio 1848, uno studente universitario diede il via ai moti risorgimentali (nel muro si conservano ancora i fori provocati dalle pallottole sparate). Da non dimenticare la specialità del caffè: il Pedrocchino, caffè  macchiato alla menta, da sorseggiare lentamente per gustarlo fino in fondo. Libidinoso!

Vicenza: la città di Palladio, Villa Valmarana, con gli affreschi del Tiepolo, Villa la Rotonda e… il teatro Olimpico. Eretto sulle strutture delle antiche prigioni del Castello, progettato dal Palladio pochi mesi prima della morte, presenta un esterno essenziale, oserei quasi dire dimesso, ma l'interno lascia di… stucco. Una cavea gradonata, addossata ad un grande complesso scenico costituito da un palcoscenico rettangolare e da un maestoso proscenio forato dai "sette cannocchiali" prospettici della scena fissa dello Scamozzi , che rappresenta la città di Tebe e le cui strade, abilmente raffigurate in prospettiva, convergono al centro per dare l'effetto della profondità. Dalla pianta della cavea si alza un colonnato corinzio, sormontato da una balaustra arricchita di statue. La decorazione del proscenio incorpora numerosi "trucchi ottici", quali la sporgenza rispetto alla fronte dell'ordine inferiore, i gruppi scultorei che mascherano l'arretramento degli ordini superiori, il gioco di oggetti e nicchie che aumentano illusoriamente la profondità. E' sufficiente sedersi nella cavea, ammirare quel gioiello per sentirsi trasportare in una dimensione altra, fuori dal tempo e dallo spazio.            

Umberta Bagni