Come si ricomincia all'italiana?

"Si ricomincia" è un'espressione che ha il sapore della routine, ma non soltanto. Volendola declinare di questi tempi in Italia, il compito appare complesso, ma tentare non nuoce: forse proprio nel nome del "ricominciare" è possibile capire qualche componente tipica del costume italiano.

Ci sono molti modi in cui in Italia si ricomincia alla fine dell’estate 2016. Il primo è quello di chi, purtroppo, ha perduto improvvisamente la routine quotidiana e senza di essa si sente smarrito: è il caso delle popolazioni terremotate delle montagne laziali e marchigiane. I volontari della Protezione Civile ricominciano a scavare speranzosi e infaticabili appena riescono a salvare qualcuno dalle macerie; il loro lavoro forse non è neppure un vero ricominciare, perché l’aiuto agli altri - quello vero - è incessante. Sono i primi a dare alle comunità colpite la forza anche solo per sperare di riprendere, prima o poi, la vita dei paesi di montagna, apparentemente piatta e insignificante, ma ricca di relazioni e valori ancora evidenti nei piccoli centri.

Inevitabilmente, in questi casi, ricominciano anche le discussioni e le polemiche, in un Paese che ha fatto della disattenzione e dell’imprevidenza un’imbarazzante bandiera da sventolare davanti al mondo intero, il quale non si spiega questa arretratezza dopo oltre mezzo secolo di prosperità economica. Se non sono terremoti, sono alluvioni: oltre seimila comuni su circa ottomila in Italia sono a rischio idrogeologico. Si sa da anni ma, come recita un detto italiano, "tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare". Un mare, quello italiano, solcato continuamente da disperati in cerca di fortuna e che purtroppo da molti non viene attraversato nell’incolumità. In attesa che l’Italia e l’Europa capiscano l’entità del fenomeno e intervengano con politiche volte al meglio per tutti, si ripropongono note polemiche su invasioni e identità minacciate. Ma questo ricominciare livoroso e sterile non è troppo degno di attenzione.

Tra i fenomeni, invece, che ricominciano e paiono incoraggianti, sembra che la scorsa estate siano aumentati i turisti italiani che hanno scelto di trascorrere le vacanze in patria, dopo decenni di capitali del mondo e spiagge esotiche. Può essere la crisi economica, unita all’insicurezza generata dagli attentati realizzati o fortunatamente sventati, ma la speranza è che gli Italiani abbiano cominciato ad apprezzare seriamente le attrattive della Penisola. In questo caso, come anche per la prevenzione antisismica, è più opportuno dire che si comincia, senza il "ri", perché finora il livello del turismo italiano in Italia si è quasi sempre giocato sul terreno del saccheggio, trascinando in questa cattiva usanza anche gli ospiti stranieri. Puntualmente, anche quest’anno è ricominciata sulla stampa la lamentela sul degrado di città come Venezia e Roma, tanto belle e attrattive quanto poco accoglienti nella forma e spesso nella sostanza. Città sciatte e sbracate che inducono facilmente i visitatori a cedere anche loro alla sciatteria, in un circolo vizioso. Così si ricomincia a parlare di numero chiuso, ma anche di discutibili operazioni speculative commerciali e immobiliari, in perfetto "Italian style".

Ci sono zone sottoposte a uno sfruttamento turistico che le sfinisce ed altre sconosciute ai più, a partire proprio dalle zone colpite dai terremoti più recenti: l’Appennino centrale, L’Aquila, la Bassa emiliana. Quest’ultima è esemplare di come gli Italiani possano essere inconsapevoli persino delle loro qualità note all’estero. L’Italia, infatti, ha gioielli paesaggistici e architettonici, ma non solo: Mirandola (poco più di ventimila abitanti) è al centro di uno dei più forti distretti dell’industria biomedicale nel mondo. Questa piccola Silicon Valley padana ha un padre, Mario Veronesi, probabilmente il mirandolese vivente più illustre e in generale il secondo dopo Giovanni Pico. Le aziende della zona hanno ricominciato a lavorare, pur in condizioni precarie, subito dopo il sisma del 2012; il loro ruolo internazionale ne è uscito addirittura rafforzato e oggi trainano la ripresa economica. Ma prima del terremoto, quasi nessun italiano (specie a livello politico) conosceva questa eccellenza produttiva.

Si dirà che per migliorare la sensibilità civica e culturale degli Italiani occorre partire dalla scuola. Ebbene, anche questa ricomincia, in un clima di rinnovamento ancora sospeso tra l’auspicio e la realtà concreta. Tra i fenomeni che si ripetono, contrariamente all’ottimismo governativo, rimane evidente la carenza di docenti, o quanto meno di personale che risulti titolare di cattedra entro l’inizio del calendario scolastico. Molti insegnanti riprendono le attività scolastiche in un clima di incertezza e perplessità, tra nuovi problemi e bisogni inevasi, un aumento ingiustificato degli adempimenti burocratici e un’attenzione verso la professionalità dei docenti più sbandierata che effettiva. Ricominceranno, presumibilmente, le incomprensioni tra le scuole e le famiglie e diverse polemiche che amano autoalimentarsi, come quella sul caro-libri o sull’adeguatezza del sistema d’istruzione rispetto alle esigenze del mondo del lavoro. 

Ma a proposito di adeguatezza, mai come quest’anno - a poche settimane dal terremoto - si porrà con urgenza la questione della resistenza antisismica degli edifici scolastici, che rimangono fra le costruzioni più fragili d’Italia. Se le autorità e le imprese edili cominciassero veramente a muoversi per neutralizzare questo rischio (che già ha provocato troppe vittime, come nel 2002 in Molise), allora al prossimo sisma non ricomincerebbe la conta dei morti e dei danni.  Solo a quel punto, l’Italia potrebbe con coscienza e con orgoglio dire a sé stessa e al mondo: "Si ricomincia".

Michele Borsatti